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Ma la storia economica e
sociale di Buccheri si confonde con le vicende del suo
territorio "demaniale". Questo era diviso da antica data
in otto "marcati- : Piana soprana, Piana sottana,
Alberi, Due Fontane, Roccaro o Frassino, Suvarita,
Rizzolo e Pisano. In questi territori l'Università
difese alcuni diritti che derivavano dall'essere, forse,
in periodo precedente alla infeudazione (1313),
patrimonio demaniale. Dal XVI secolo erano iniziate da
parte di nobili e borghesi le usurpazioni di diverse
tenute, "appoderate" in epoche diverse: tali poderi (clausurae')
su cui era permessa una coltura temporanea, erano
divenute possesso permanente di ricchi borghesi ed
ecclesiastici, possesso permesso dal barone. Per
regolare appunto i diritti dei singoli sui diversi
"marcati" e impedire tali usurpazioni, l'Università,
sotto la guida di valenti amministratori. procedette
alla promulgazione delle "Pandette" comunali. Negli otto
marcati, da antichissima data, tutti i cittadini
esercitavano lo "ius lignandi " diritto di far legna,
mentre l'Università (il Comune) vi possedeva lo "ius
pascendi " diritto di pascolo. in seguito al quale
l'Università' "arrendava", gabellava, i marcati
ricavandone rilevanti entrate. utilizzate in gran parte
per il pagamento delle "tande" regie, cioè le tasse
dovute all'erario statale per donativi ed altro. Ma le
usurpazioni avevano nel tempo ridotto le aree comuni,
sottraendo le zone più fertili. Molta attenzione fu
riservata nelle Pandette ai boschi buccheresi,
stabilendosi pene severe contro chi disboscava senza
autorizzazione. Nel corso degli anni i boschi si erano
ridotti notevolmente: era già scomparso forse il bosco
di frassini, nel marcato omonimo. Le Pandette avevano
anche l'obiettivo di contrastare le pretese del signore
di Buccheri. divenute eccessive in particolare con
l'avvento dei Morra. signori esosi e violenti. Come si
legge in un documento inoltrato da un anonimo buccherese
alla Regia Corte nei primi anni del `600: `In onta
della sua trascritta assolutissima sovrana concessione
secondo la ex baronale prepotenza di quei tanto barbari
tempi (...) misero a soqquadro di tutti i modi eforme la
Università nientemeno impegnati quegli ex lege (i Morra)
di impadronirsi degli otto exfeudi Marcati predetti e
vollevi tutto l'aiuto di Dio a strapparlo dalle loro
mani, e i desolati abitanti furono vessatissimi gravati
massacrati; tanto che i sindaci, procuratori protettori
e sostenitori dei patrii diritti con calunniosi processi
perseguitati carcerati sino nelleforze e catacombe di
Lentini e trucidati persino in casa propria come un
genitore figlio efrate dell'illustre patriottica
famiglia dei Mazzone Pietro Andrea Giuseppe, e ben a
luogo sul proposito quella terzina: "Vili, impunuti
signorotti han piena / di scherani la corte e
ucciderfanno / chi sotto lor non curra e resta a schiena
". Il documento continua con toni di inaudita e
motivata accusa nei confronti dei signorotti del tempo
in particolare contro i responsabili della morte di chi
si era con più forza opposto alle vessazioni baronali:
Pietro Mazzone. sindaco nel 1612. Questi aveva
presentato un'accusa circostanziata e documentata alla
Regia Gran Corte contro talune eccessive pretese
baronali. Alla quale Geronimo Morra rispose accusando a
sua volta il Mazzone di essere un sobillatore e
chiedendone la condanna. La vendetta del potente e
crudele signore non tardò ad abbattersi contro chi aveva
osato difendere il popolo dalle angherie di una famiglia
avida di denaro.
L'affitto degli otto marcati (o meglio dello "ius
pascendi ", cioè l'erba da pascolare) era dunque una
sicura fonte di ricchezza per l'Università, fornendo,
come detto, l'occorrente per pagare le "rande" regie.
Nel 1715 ad esempio Buccheri ha un patrimonio fondiario
di 603 onze l'anno e delle tenui gabelle che rendono 121
onze (pane che si vende in piazza a grana 2 per ogni
tarì, carne a grana i per rotolo ecc.); le uscite sono
costituite da 359 onze per Lande dei donativi e da 188
onze di spese per l'Università. Si tratta di una
condizione ideale di bilancio, poiché consente una
pressione fiscale poco gravosa per la popolazione. Si
comprende bene l'interesse mostrato dagli amministratori
succedutisi nel tempo a difendere il possesso degli
antichi marcati contro ogni usurpazione. Restava da
pagare come tassa angarica il solo "ius quinterni" o
"colta magna"; cioè le tasse che il feudatario incassava
sui beni immobili dei cittadini. Nel 1782 con una
transazione fra i Giurati e il principe fu data a questo
la possibilità di scambiare il suo "ius quinterni. "
(cioè la tassa sui beni posseduti dai Buccheresi) con i
due marcati di Rizzolo e Frassino, i territori più
fertili e produttivi. Si trattò di un errore assai
grave. In pratica l'errore fu verificato nel 1812 con
l'abolizione del feudalesimo, che tolse ai feudatari la
possibilità di riscuotere tasse dai cittadini.
L'«arrendamento» dei marcati era annuale e si faceva in
genere per ciascun marcato. Gli affittuari, provenienti
dalla schiera dei più grossi borghesi della zona, a sua
volta subaffittavano porzioni di terre a contadini.
pastori e piccoli imprenditori, che avevano bisogno di
pascolare i loro armenti. Tale situazione era certo
assai favorevole per il Comune. che non si vedeva
costretto ad imposizioni di altre tasse sui beni dei
cittadini, oltre a quelle consuete dovute al principe.
Ma la situazione fondiaria presto cambiò sotto le
pressioni e le usurpazioni dei ceti economicamente più
forti. Cosi se agli inizi del `700 l'Università
possedeva il 68% dell'intero territorio (3807 ettari su
complessivi 5707), mentre i nobili possedevano il 14%, i
borghesi il 10%, la chiesa il 6%, già alla fine del '700
la situazione è radicalmente mutata: il Comune possiede
appena il 21 % delle terre pari a 1243 ettari, i nobili
il 48% pari a 275, i borghesi 1250 ettari pari al 21%,
il clero 385 pari al 6%. La situazione cambia
ulteriormente agli inizi del `900: le quotizzazioni e le
legittimazioni di ulteriori usurpazioni da parte dei
privati intaccano ancora il patrimonio comunale. Così
ormai il Comune possiede appena 838 ettari cioè al 14%,
mentre intatta resta la quota dei nobili e borghesi pari
al 48%. Si attua così una preoccupante polverizzazione
della proprietà, che inciderà negativamente sullo
sviluppo economico futuro. |