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IL BOSCO DI RESINOSE |
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Il bosco dei Monti Peloritani è
un bosco a prevalenza di conifere, un bosco di pini in
particolare ed anche se sulle specie impiegate se ne sono
sentite di cotte e di crude, si propone un interessante
articolo di R. Tomaselli che puntualizza la vera funzione
delle resinose in ambiente mediterraneo e le cause di
degradazione della vegetazione mediterranea.
1. Significato dei pini nell'ambito della vegetazione
mediterranea
"In
passato si è molto discusso sulla posizione fitogeografica dei
pini mediterranei in Italia e nel Nordafrica. Oggi i
fitogeografi che si sono occupati di questo problema ritengono
che le pinete mediterranee rappresentano quasi sempre uno
stadio paraclimatico nella regione mediterranea
settentrionale, cioè in tipi di clima mesomediterraneo e nel
submediterraneo. In tali condizioni la vegetazione se
indisturbata, evolve verso la foresta di latifoglie. Alcune
specie di pino costituiscono invece un climax nelle zone più
calde e più secche dove naturalmente si manifesta un
sottobosco quasi identico alla gariga derivata dalle
formazioni di latifoglie locali: per esempio, nell'Anatolia
sudoccidentale il Pinus brutia ha un sottobosco di Quercos
coccifera. Ciò è evidente sia a livello dell'Oleo-Ceratonion
(o climax analogo) nel quale la luminosità della gariga o
della macchia densa è ridotta, se non ben strutturate, al
punto da rendere impossibile, all'interno, la germinazione del
pino di Aleppo (Pinus halepensis), sia a livello delle garighe
e delle macchie facenti parte di serie del climax del leccio o
di specie affini. La macchia si sviluppa naturalmente con
rapidità sotto la copertura di pino domestico (Pinus pinea);
non cosi invece sotto il pino di Aleppo e sotto il pino
marittimo (Pinus pinaster), che tuttavia dà luogo a formazioni
più chiuse rispetto a quelle delle altre specie e nelle quali
lo sviluppo delle latifoglie è rallentato. È da tenere
presente che il pino domestico non costituisce quasi mai una
serie del climax naturale;
esso si comporta infatti come specie autoctona in formazioni
ritenute climaciche nel Libano e forse in qualche stazione al
sud della Spagna. Qualche dubbio resta per la Sicilia e
varrebbe la pena di approfondire lo studio a questo proposito.
I
raggruppamenti originali di pino di Aleppo sono rari. malgrado
la sua grande diffusione nell'area mediterranea operata
dall'uomo; per esempio, in Italia, Agostini e Sanfilippo
(1970) li citano per Porto Pino in Sardegna, Agostini (1964)
per il Gargano e Barbéro Quézel (1977) per qualche stazione
dell'Oleo-Ceratonion e del Quercion ilicis in Grecia (nei
raggruppamenti di Pinus halepensis e Cicergraecum).
Ho molti dubbi sul fatto che il Querco-Pinetom halepensis
Loisel 1971, del litorale secco e caldo della Provenza
cristallina (tra I'Oleo-Ceratonion ed il Quercion ilicis)
abbia il significato climacico che gli attribuisce Loisel
(1971).
Il Pinus brutia sembra originale anche in quella nord
occidentale in Tracia in alcune isole egee (Horvat, Glavac e
Ellenberg 1974) in raggruppamenti che Quézel Barbéro e Akman
(1978) ritengono ancora non sufficientemente definiti dal
punto di vista fitosociologico. Gli stessi Autori esprimono lo
stesso parere anche per raggruppamenti a Pinus brutia
dell'Anatolia, Siria, Libano, e Israele. Resta quindi ancora
del buon lavoro fitosociologico da compiere prima di emettere
pareri definitivi, né valgono le affermazioni che talvolta ho
sentito fare da qualcuno senza un rapporto scientifico
dimostrativo.
Il Pinus
brutia è molto sviluppato in clima sopramediterraneo
nell'Anatolia continentale nell'ambito dei Querco-Cedretalia
libani ed il Pinus nigra ssp. pallasiana, nella stessa regione
e nello stesso ambito, si trova sia nel piano montano in clima
mesomediterraneo, sia nel sopramediterraneo; quindi in zone
subumide e umide dove però entra in gioco anche il substrato;
per esempio nell'area del Lonicero-Cedrion, che si sviluppa su
substrato calcareo e dolomitico, il Pinos nigra ssp.
pallasiana occupa le Stazioni a serpentino o a substrato
siliceo (Quézel, Barbéro e Akman, 1978).
Il cipresso (Cupressus sempervirens) resta escluso dall'area
climatica analizzata, perché entra naturalmente solo nei
raggruppamenti sopramediterranei a latifoglie sempreverdi e
latifoglie decidue miste; per esempio nell'area centrale
montuosa di Creta (con leccio, Quercus cocci era e Acer
orientale); lungo i litorali ciprioti, con Crataegus azarolus
e specie proprie delle adiacenti formazioni climax dell'Oleo-Ceratonion
(Tomaselli, 1977) ".
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Schema riassuntivo della
situazione climatica, nell'ambito del clima mediterraneo,
delle principali alleanze fitosociologiche forestali |
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Sottoclima
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Regione Mediter.
occidentale |
Regione
mediter. orientale |
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Oromediterraneo |
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Lonicero-Cedrion (1)
Abieto-Cedrion (1 )
Geranio-Cedrion (1) |
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Sopra-mediterraneo |
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Osiryo-Quercion pseudocerridis (1)
Quercion infectoriae (1) Adenocarpo-pinion (1) |
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Submediterraneo |
Quercion fagineo-suberis (2) |
Ptosimpappo-Quercion (2) |
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Metomediterraneo |
Qaercion ilicit (2)
Quercion suberis (2) |
Quercion ilicis (2)
Gonocytiso-Pinion (2) |
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Termo-mediterraneo |
Oleo-Ceratonion (2) |
Quercion calliprini (2)
Oleo-Ceratonion |
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(1) Querco-Cedretalia libani.
(2) Quercetalia ilieit.
2. Cause della degradazione della vegetazione mediterranea
Se escludiamo le foreste costituite da associazioni dei
Querco-Cedretalia libani e dell'Oleo-Ceratonion dell'Anatolia,
non sono molte quelle di una certa dimensione mantenutesi
intatte nell'area mediterranea; per l'Italia possiamo
ricordare, a titolo di esempio, la lecceta Sette Fratelli,
presso Cagliari. Quasi ovunque sono più abbondanti gli stadi a
matorral alto e medio (cioè macchie alte e basse) e matorral
basso (garighe) o a jaral (Tomaselli, 1972) su substrato
siliceo.
È noto che
in passato l'area a vegetazione mediterranea era molto più
estesa ed in epoca preistorica si è andata riducendo prima di
tutto a causa di variazioni del clima (Joleaud, 1938) ; basti
pensare che tra il Neopleistocene antico ed il Neopleistocene
recente (cioè tra 15.000 e 10.000 anni a.C.) la vegetazione di
tipo mediterraneo raggiungeva il centro del Sahara,
conquistando le steppe di clima secco (Quézel, 1965). Tra il
10.000 ed il 6.000 a.C. il clima sahariano diventa
sub-mediterraneo in basso e temperato-caldo umido in alto con
vegetazione rispettivamente di tipo mediterraneo con pino di
Aleppo in basso e foresta mista di latifoglie decidue,
latifoglie sempreverdi e conifere, in alto. Tra il 6.000 ed il
2.800 a.C. il clima diventa xeromediterraneo in basso e
mesomediterraneo in alto, con vegetazione mediterranea
ovunque, dei tipi corrispondenti agli attuali. È solo dopo il
2.800 a.C. che il clima del Sahara diventa secco subdesertico
ed inizia la graduale scomparsa della vegetazione di tipo
mediterraneo che si ritira sempre più a nord.
Entrando in epoca storica, le cause di degradazione della
vegetazione forestale mediterranea e che vanno ben tenute
presenti sia per frenare l'ulteriore decadimento, sia per
intervenire alla sua ricostituzione con rimboschimento, sono
tutte dovute al l'uomo che ha rotto con facilità l'equilibrio
naturale in quanto caratteristica dell'ambiente mediterraneo è
la fragilità ecologica. Tali cause sono, principalmente: il
taglio, la distruzione della vegetazione naturale per far
posto ai pascoli, il pascolo stesso che impedisce o frena
l'evoluzione progressiva della vegetazione, l'incendio, la
sostituzione della vegetazione naturale con colture,
l'abbandono dei lavori agricoli (che comporta la degradazione
del suolo), l'installazione di agglomerati umani più o meno
concentrati in luoghi da tempo ricoperti da vegetazione ed il
rimboschimento sostitutivo.
Tutte queste cause sono state da me già analizzate
dettagliatamente 1974, 1976,1977) e mi limito perciò a qualche
accenno sull'ultima di particolare interesse in questa sede,
cioè la sostituzione della foresta di latifoglie slerofille
sempreverdi, o della macchia che ne deriva, con pinete
artificiali dove i pini non siano chiaramente climacici. Il
pino d'Aleppo, il pino marittimo ed il pino domestico, ma
specialmente quest'ultimo, sono molto sensibili al cloruro di
sodio dell'aerosol marino e dell'acqua freatica, agli
inquinamenti dell'aria e quelli che provengono dall'aerosol
dei litorali contaminati (Fanfani, 1973).
Per tale
ragione, come per la sensibilità alle malattie, essi
costituiscono un pessimo sostituto, in caso d'introduzione di
foresta artificiale, delle formazioni forestali polifite che
sono molto più resistenti sotto tutti i punti di vista. Nel
Mediterraneo occidentale la specie più caratteristica è il
pino d'Aleppo, le cui formazioni, naturali o artificiali,
occupano in tutta la regione mediterranea una superficie di
circa 3 milioni di ettari; per quanto riguarda le malattie,
ricordiamo che la grande barriera di pino d'Aleppo, piantata
in questi ultimi anni in Algeria per frenare l'avanzata del
deserto verso il nord agricolo, è diventata fonte di gravi
preoccupazioni a causa degli attacchi della processionaria.
Benché l'utilizzazione dei pini per creare una foresta
artificiale sia in generale considerata di rendimento, in
relazione alla produzione di legno richiesto particolarmente
dalle industrie della cellulosa, essa non dovrebbe prendere
piede perché piantare pini non è che aggravare la minaccia di
incendi che pesano già troppo pericolosamente.
Per un rimboschimento naturalistico, è errato ritenere la
pineta come uno stadio transitorio tra la denudazione e la
foresta di latifoglie. (Tomaselli 1997).
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