le Aree Attrezzate

Gli alberi Monumentali di Sicilia

Le piante forestali di Sicilia

Piccolo vocabolario botanico

Oasi e aree protette Piante Officinali in Sicilia

Curarsi con le erbe

Indice Demani

Prefazione
- Il Demanio Monti Peloritani - Generalità
- I Peloritani
- La storia del Demanio
- La Foresta Camaro
- La Foresta S. Leone e
   Crupi

- La Foresta Musolino e
   Ziriò

Note su alcuni bacini idrografici dei Peloritani
- Morfologia del territorio di
  Messina

- Precedenti storici sulle alluvioni
- L'alluvione dell'ottobre 1996
- Dati pluviometrici
- Il dissesto idrogeologico
-tab 1 tab 2 - tab 3 - tab 4
- Il bacino Fiumara di Zafferana
- Il bacino Fiumara di Larderia
- Il bacino Torrente Canale
- Il bacino Santo Stefano
Il bosco di resinose
- Significato dei pini nella vegetazione mediterranea   - Cause della degradazione della vegetazione mediterranea .
Fauna e flora dei Monti Peloritani
- Piante arboree
- Piante arbustive
- Piante erbacee e/o bulbose - Mammiferi
- Uccelli
- Rettili
- Insetti
La fruizione dei Monti Peloritani
Le aree attrezzate deí Monti Peloritani
I fortini dei Monti Peloritani Conclusioni
Ringraziamenti
Note alla consultazione
LA REDAZIONE
 
 

  

IL BOSCO DI RESINOSE

Il bosco dei Monti Peloritani è un bosco a prevalenza di conifere, un bosco di pini in particolare ed anche se sulle specie impiegate se ne sono sentite di cotte e di crude, si propone un interessante articolo di R. Tomaselli che puntualizza la vera funzione delle resinose in ambiente mediterraneo e le cause di degradazione della vegetazione mediterranea.

1. Significato dei pini nell'ambito della vegetazione mediterranea

"In passato si è molto discusso sulla posizione fitogeografica dei pini mediterranei in Italia e nel Nordafrica. Oggi i fitogeografi che si sono occupati di questo problema ritengono che le pinete mediterranee rappresentano quasi sempre uno stadio paraclimatico nella regione mediterranea settentrionale, cioè in tipi di clima mesomediterraneo e nel submediterraneo. In tali condizioni la vegetazione se indisturbata, evolve verso la foresta di latifoglie. Alcune specie di pino costituiscono invece un climax nelle zone più calde e più secche dove naturalmente si manifesta un sottobosco quasi identico alla gariga derivata dalle formazioni di latifoglie locali: per esempio, nell'Anatolia sudoccidentale il Pinus brutia ha un sottobosco di Quercos coccifera. Ciò è evidente sia a livello dell'Oleo-Ceratonion (o climax analogo) nel quale la luminosità della gariga o della macchia densa è ridotta, se non ben strutturate, al punto da rendere impossibile, all'interno, la germinazione del pino di Aleppo (Pinus halepensis), sia a livello delle garighe e delle macchie facenti parte di serie del climax del leccio o di specie affini. La macchia si sviluppa naturalmente con rapidità sotto la copertura di pino domestico (Pinus pinea); non cosi invece sotto il pino di Aleppo e sotto il pino marittimo (Pinus pinaster), che tuttavia dà luogo a formazioni più chiuse rispetto a quelle delle altre specie e nelle quali lo sviluppo delle latifoglie è rallentato. È da tenere presente che il pino domestico non costituisce quasi mai una serie del climax naturale;
esso si comporta infatti come specie autoctona in formazioni ritenute climaciche nel Libano e forse in qualche stazione al sud della Spagna. Qualche dubbio resta per la Sicilia e varrebbe la pena di approfondire lo studio a questo proposito.
I raggruppamenti originali di pino di Aleppo sono rari. malgrado la sua grande diffusione nell'area mediterranea operata dall'uomo; per esempio, in Italia, Agostini e Sanfilippo (1970) li citano per Porto Pino in Sardegna, Agostini (1964) per il Gargano e Barbéro Quézel (1977) per qualche stazione dell'Oleo-Ceratonion e del Quercion ilicis in Grecia (nei raggruppamenti di Pinus halepensis e Cicergraecum).
Ho molti dubbi sul fatto che il Querco-Pinetom halepensis Loisel 1971, del litorale secco e caldo della Provenza cristallina (tra I'Oleo-Ceratonion ed il Quercion ilicis) abbia il significato climacico che gli attribuisce Loisel (1971).
Il Pinus brutia sembra originale anche in quella nord occidentale in Tracia in alcune isole egee (Horvat, Glavac e Ellenberg 1974) in raggruppamenti che Quézel Barbéro e Akman (1978) ritengono ancora non sufficientemente definiti dal punto di vista fitosociologico. Gli stessi Autori esprimono lo stesso parere anche per raggruppamenti a Pinus brutia dell'Anatolia, Siria, Libano, e Israele. Resta quindi ancora del buon lavoro fitosociologico da compiere prima di emettere pareri definitivi, né valgono le affermazioni che talvolta ho sentito fare da qualcuno senza un rapporto scientifico dimostrativo.
Il Pinus brutia è molto sviluppato in clima sopramediterraneo nell'Anatolia continentale nell'ambito dei Querco-Cedretalia libani ed il Pinus nigra ssp. pallasiana, nella stessa regione e nello stesso ambito, si trova sia nel piano montano in clima mesomediterraneo, sia nel sopramediterraneo; quindi in zone subumide e umide dove però entra in gioco anche il substrato; per esempio nell'area del Lonicero-Cedrion, che si sviluppa su substrato calcareo e dolomitico, il Pinos nigra ssp. pallasiana occupa le Stazioni a serpentino o a substrato siliceo (Quézel, Barbéro e Akman, 1978).
Il cipresso (Cupressus sempervirens) resta escluso dall'area climatica analizzata, perché entra naturalmente solo nei raggruppamenti sopramediterranei a latifoglie sempreverdi e latifoglie decidue miste; per esempio nell'area centrale montuosa di Creta (con leccio, Quercus cocci era e Acer
orientale); lungo i litorali ciprioti, con Crataegus azarolus e specie proprie delle adiacenti formazioni climax dell'Oleo-Ceratonion (Tomaselli, 1977) ".
 

Schema riassuntivo della situazione climatica, nell'ambito del clima mediterraneo, delle principali alleanze fitosociologiche forestali

Sottoclima

Regione Mediter. occidentale

 Regione mediter. orientale
Oromediterraneo   Lonicero-Cedrion (1)
Abieto-Cedrion (1 )
Geranio-Cedrion (1)
Sopra-mediterraneo   Osiryo-Quercion pseudocerridis (1)
Quercion infectoriae (1) Adenocarpo-pinion (1)
Submediterraneo Quercion fagineo-suberis (2) Ptosimpappo-Quercion (2)
Metomediterraneo Qaercion ilicit (2)
Quercion suberis (2)
Quercion ilicis (2)
Gonocytiso-Pinion (2)
Termo-mediterraneo Oleo-Ceratonion (2) Quercion calliprini (2)
Oleo-Ceratonion

(1) Querco-Cedretalia libani.
(2) Quercetalia ilieit.

2. Cause della degradazione della vegetazione mediterranea
Se escludiamo le foreste costituite da associazioni dei Querco-Cedretalia libani e dell'Oleo-Ceratonion dell'Anatolia, non sono molte quelle di una certa dimensione mantenutesi intatte nell'area mediterranea; per l'Italia possiamo ricordare, a titolo di esempio, la lecceta Sette Fratelli, presso Cagliari. Quasi ovunque sono più abbondanti gli stadi a matorral alto e medio (cioè macchie alte e basse) e matorral basso (garighe) o a jaral (Tomaselli, 1972) su substrato siliceo.
È noto che in passato l'area a vegetazione mediterranea era molto più estesa ed in epoca preistorica si è andata riducendo prima di tutto a causa di variazioni del clima (Joleaud, 1938) ; basti pensare che tra il Neopleistocene antico ed il Neopleistocene recente (cioè tra 15.000 e 10.000 anni a.C.) la vegetazione di tipo mediterraneo raggiungeva il centro del Sahara, conquistando le steppe di clima secco (Quézel, 1965). Tra il 10.000 ed il 6.000 a.C. il clima sahariano diventa sub-mediterraneo in basso e temperato-caldo umido in alto con vegetazione rispettivamente di tipo mediterraneo con pino di Aleppo in basso e foresta mista di latifoglie decidue, latifoglie sempreverdi e conifere, in alto. Tra il 6.000 ed il 2.800 a.C. il clima diventa xeromediterraneo in basso e mesomediterraneo in alto, con vegetazione mediterranea ovunque, dei tipi corrispondenti agli attuali. È solo dopo il 2.800 a.C. che il clima del Sahara diventa secco subdesertico ed inizia la graduale scomparsa della vegetazione di tipo mediterraneo che si ritira sempre più a nord.
Entrando in epoca storica, le cause di degradazione della vegetazione forestale mediterranea e che vanno ben tenute presenti sia per frenare l'ulteriore decadimento, sia per intervenire alla sua ricostituzione con rimboschimento, sono tutte dovute al l'uomo che ha rotto con facilità l'equilibrio naturale in quanto caratteristica dell'ambiente mediterraneo è la fragilità ecologica. Tali cause sono, principalmente: il taglio, la distruzione della vegetazione naturale per far posto ai pascoli, il pascolo stesso che impedisce o frena l'evoluzione progressiva della vegetazione, l'incendio, la sostituzione della vegetazione naturale con colture, l'abbandono dei lavori agricoli (che comporta la degradazione del suolo), l'installazione di agglomerati umani più o meno concentrati in luoghi da tempo ricoperti da vegetazione ed il rimboschimento sostitutivo.
Tutte queste cause sono state da me già analizzate dettagliatamente 1974, 1976,1977) e mi limito perciò a qualche accenno sull'ultima di particolare interesse in questa sede, cioè la sostituzione della foresta di latifoglie slerofille sempreverdi, o della macchia che ne deriva, con pinete artificiali dove i pini non siano chiaramente climacici. Il pino d'Aleppo, il pino marittimo ed il pino domestico, ma specialmente quest'ultimo, sono molto sensibili al cloruro di sodio dell'aerosol marino e dell'acqua freatica, agli inquinamenti dell'aria e quelli che provengono dall'aerosol dei litorali contaminati (Fanfani, 1973). Per tale ragione, come per la sensibilità alle malattie, essi costituiscono un pessimo sostituto, in caso d'introduzione di foresta artificiale, delle formazioni forestali polifite che sono molto più resistenti sotto tutti i punti di vista. Nel Mediterraneo occidentale la specie più caratteristica è il pino d'Aleppo, le cui formazioni, naturali o artificiali, occupano in tutta la regione mediterranea una superficie di circa 3 milioni di ettari; per quanto riguarda le malattie, ricordiamo che la grande barriera di pino d'Aleppo, piantata in questi ultimi anni in Algeria per frenare l'avanzata del deserto verso il nord agricolo, è diventata fonte di gravi preoccupazioni a causa degli attacchi della processionaria. Benché l'utilizzazione dei pini per creare una foresta artificiale sia in generale considerata di rendimento, in relazione alla produzione di legno richiesto particolarmente dalle industrie della cellulosa, essa non dovrebbe prendere piede perché piantare pini non è che aggravare la minaccia di incendi che pesano già troppo pericolosamente.
Per un rimboschimento naturalistico, è errato ritenere la pineta come uno stadio transitorio tra la denudazione e la foresta di latifoglie. (Tomaselli 1997).
 

 

 

 

Copyright © www.regione.sicilia.it/agricolturaeforeste/azforeste/
per gentile concessione Tutti i diritti riservati

HOMEPAGE


© 2002/2011 I Sapori di Sicilia