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"I Monti Peloritani costituiscono un mondo antico unico, tanto
affascinante, quanto sconosciuto". In questa frase di Giuseppe
Giaimi dirigente tecnico forestale della Regione Siculiana è
racchiusa una somma che individua i monti Peloritani, definiti
per antonomasia i monti di Messina, come un antico scrigno in
grado di suscitare ancor oggi sensazioni ambientaliste forti,
fascino, ammirazione e stupore.
La
morfologia aspra e imprevedibile, caratterizzata da una
interminabile successione di picchi, crinali e burroni, assume
forme originali e suggestive. Dalla linea di cresta, stretta e
sinuosa, che corre ad un'altitudine media di 800-1.000 metri,
precipitano rovinosamente a valle entro gole profonde e
inaccessibili innumerevoli corsi d'acqua che nel tratto medio-
inferiore si aprono in ampie e sproporzionate "fiumare"
ingombre di detriti.
La geologia prevalente non ha riscontro in nessun'altra parte
della Sicilia. Le rocce più diffuse (graniti, filladi,
gneiss), di antichissima datazione, sono in parte di origine
magmatica e in parte metamorfica, e testimoniano
sconvolgimenti apocalittici.
La forte pressione antropica esercitatasi qui per millenni ha
condizionato la vegetazione e la fauna. Così, dalle grandi
foreste iniziali di quercia, leccio e sughero, e forse anche
di faggio, di pini e castagno, per stadi di degradazione
successivi, si è passati alla macchia, alla macchia degradata,
alla gariga e alla steppa, dove le uniche presenze verdi sono
rappresentate da piante basse e cespugliose, rifiutate perfino
dagli animali perché tossiche o spinose. Solo nelle zone più
impervie, dove l'uomo non è potuto arrivare, si sono
conservati piccoli lembi di bosco naturale di
roverella e
di leccio o
di macchia mediterranea con predominanza di eriche, citisi,
corbezzoli
e ginestre.
Scomparse le foreste, si sono proporzionalmente ridotte le
possibilità di sopravvivenza anche per molti selvatici
stanziali.
I demani
forestali ricadenti in questo ambiente sono nati dalla
esigenza di costituire in montagna validi presidi di natura
idrogeologica a difesa di centri abitati e di aree vallive
intensamente coltivate. Obiettivo primario è diventata quindi
la copertura vegetale di superfici completamente denudate, la
cui morfologia è ogni anno ridisegnata da frane e
scoscendimenti. Nell'intento di far presto e di limitare al
minimo gli insuccessi, sono state impiegate anche alcune
specie forestali estranee alla flora locale (pini, eucalipti,
acacie) che tuttavia hanno il grande merito di costituire in
poco tempo complessi boschivi anche di notevole pregio in
ambienti impossibili.
Dei 4 demani che ricadono in questo territorio, il complesso
più antico, più vasto ed anche più noto è quello dei
Peloritani orientali, situato a cavallo del tratto iniziale
dell'omonima catena montuosa a ridosso dei centri di Messina,
Villafranca Tirrena, Saponara e Rometta, ai quali assicura
serenità sotto l'aspetto idrogeologico. E indubbio che la
copertura dei numerosi torrenti che attraversano Messina si è
resa possibile grazie proprio alla presenza del demanio
Peloritani, costituitosi intorno agli anni `20, e conosciuto
dal grande pubblico, esso gravita intorno al quadrivio di
Colle San Rizzo, lungo la S.S. 113 settentrionale sicula, dove
si trova anche una caserma forestale.
Molteplici sono gli interessi di ordine tecnico, scientifico e
naturalistico (oltre a quello idrogeologico già ricordato)
offerti da questo demanio. A suo interno si possono contare
tante specie forestali, numerose aree attrezzate ed itinerari
turistici che toccano punti di elevato interesse panoramico.
Il demanio
rappresenta un'importante oasi di rifugio e di ripopolamento
per la residua fauna locale, che tra le specie più pregiate
annovera l'istrice, la volpe, la martora, la donnola, la
tartaruga. Esso, inoltre, si trova proprio lungo la direttrice
seguita da molti uccelli migratori (specialmente di rapaci)
che nel periodo primaverile, quando a stormi sorvolano lo
Stretto di Messina provenienti dalle calde regioni africane e
diretti a nord, offrono uno spetta
colo indimenticabile ed unico. Notevoli anche i pregi estetici
e paesaggistici. Nei giorni limpidi e sereni, dai pianori di
Pizzo Chiarino, Monte Antennare e Puntale Bandiere, è
possibile ammirare l'incatevole visione dei 2 mari (Ionio e
Tirreno), l'Aspromonte, la costa calabra, lo Stretto di
Messina sempre popolato di navi e di barchette, le Isole Eolie
e l'Etna.
Sotto l'aspetto strettamente forestale, vanno ricordate le
pregevoli pinete di pino domestico ricadenti nei bacini
idrografici dei torrenti Mili, San Leone, Ferraro, Tarantonio,
tutte in territorio di Messina (la pineta "Candelara"
ricadente nell'ultimo bacino è certamente tra le più belle
d'Italia); gli stessi castagneti di "Musolino"
(Villafranca Tirrena) e di "Ziriò" (Saponara); i suggestivi
boschi misti di Pino domestico, marittimo, d'Aleppo, laccio ed
insigne in territorio di Rometta; le giovani leccete nel
bacino San Stefano (Messina), etc. Infine, una segnalazione
per il turista che visita il Demanio. Non può assolutamente
mancare una puntatina sulla massima vetta dei Peloritani
orientali, il Monte Antennamare (m. 1.127), dove, oltre a
godere una vista magnifica, trovasi un piccolo Santuario che
ogni anno, nei giorni 3-4 e 5 agosto, per la festa appunto
della Madonna di Antennamare, è meta di migliaia di pellegrini
provenienti da tutti i centri e villaggi vicini, di giorno e
di notte e in gran parte a piedi attraverso i sentieri dei
boschi.
Specifici motivi di interesse non mancano nemmeno negli altri
3 demani dei Peloritani, tutti di più recente formazione
rispetto al primo (la loro costituzione risale al decennio
1950-1960).
Nei
demani "Cisterne" e "Savoca" va segnalata una presenza
vegetale insolita in Sicilia, quella del Platano orientale
allo stato spontaneo che segna tutti i corsi d'acqua,
svolgendo una impareggiabile opera di difesa idrogeologica e
conferendo all'ambiente con la sua chioma irregolare una nota
vivace e briosa.
Nel demanio "Savoca" va, inoltre, ricorda la presenza di una
grotta naturale di origine carsica (Grotta Campana), che
sembra ancora inesplorata e per ciò stesso carica di leggenda
e di mistero, le popolazioni di leccio e di altre formazioni
rupestri abbarbicate alle bianche pendici calcaree di Pizzo
Maulio, Pizzo Batteddu e Montagna di Vernà, tutti di quota
superiore ai 1.200 metri.
Nel demanio "Mela", sul versante nord dei Peloritani, sempre
lungo i corsi d'acqua e le zone umide, il Platano viene
sostituito dall'Ontano nero, una bella pianta dal fogliame
scuro che raggiunge dimensioni anche notevoli.
Di particolare interesse sono poi alcune curiose "costruzioni"
geologiche, come la Rocca Timogna (1.127 metri) che vista da
una certa angolazione disegna vagamente il profilo di una
testa di leone accovacciato, o il Castello di Margi (950 m.),
una rupe calcarea marcatamente stratificata a pareti verticali
che ricordano appunto una sorta di fortezza medioevale.
In tutti e 3 i demani, dove il dissesto fisico assume forme e
dimensioni inimmaginabili, il soprassuolo boschivo è
interamente di origine artificiale (tranne le eccezioni prima
citate) in cui, accanto alle resinose tradizionali (pini,
cedri, cipressi) sono state copiosamente impiegate piante
indigene a foglia larga (roverella, aceri, castagno, olmi e
frassini) destinate, se non interverranno fattori di disturbo,
a costituire pregevoli formazioni anche in tempi relativamente
brevi.
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