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Tra gli usi civici dei boschi naturali di Buccheri,
le presenza di molte querce consentì fino a qualche decennio fa la
facoltà di fare carbone. A tal scopo, nel periodo estivo arrivavano
squadre di carbonai che, vivendo da nomadi in abitazioni di fortuna, si
spostavano continuamente là dove c'era la possibilità di reperire legna.
Fino agli anni Sessanta, dal bosco Pisano e dal Frassino si ricavava la
legna migliore, quella di leccio, pur tuttavia non veniva trascurato
quella di platano, di ulivo, di roverella, di cerro, di nocciolo. Nella
memoria di Giovanni Alescio (Buscemi 19/02/39), intervistato dal
sottoscritto in una panchina di piazza Roma a Buccheri il 07/06/2008, è
ancora vivo il ricordo della famiglia Trigila di Buscemi che guadagnava
producendo carbone nei boschi di Buccheri per poi venderlo nelle piazze
dei comuni vicini in sacchi di zammarra (Agave americana). Nella fase
preparatoria la legna, preferibilmente secca, andava tagliata in
tronchetti di un metro di lunghezza e accatastata creando una sorta di
capanno a base circolare con al centro il canale di aerazione. Per
l'accatastamento andava individuata una radura in mezzo o al margine del
bosco in cui si tracciava con le pietre la superficie di base. In questo
modo si realizzava la carbonaia (in vernacolo fussùni) nella quale la
combustione di una parte del materiale provocava la distillazione secca
del rimanente che si trasformava in carbone. L a carbonizzazione avveniva
da maggio a settembre, i restanti mesi non consentivano questa
lavorazione per le avverse condizioni atmosferiche. Per l'accatastamento
si cominciava con i legni più grossi da posizionare quasi verticalmente,
inclinandoli verso il centro. Alla fine, sulla superficie esterna della
carbonaia si preparava il mantello, cioè veniva posto uno stato di
felci, muschio e fogliame secco, e uno strato di terra bagnata e piante
erbose, per uno spessore complessivo di 10-15 cm, al fine di non
lasciare molti spifferi e di poter accupari la carbonaia. A questo punto
la carbonaia era pronta per la combustione. Si gettavano tizzoni accesi
attraverso il foro sommitale che si chiudeva immediatamente per lasciar
ardere lentamente la legna. Trascorse 24 ore, con una pertica appuntita,
si praticavano dei fori di aerazione (sfiatatoi) lungo le curve di
livello della carbonaia al fine di fare uscire il fumo e di
regolamentare la combustione e la cottura uniforme del legno. Se il fumo
usciva attraverso i fori di sfiato senza interruzione, indicava un
perfetto processo di carbonizzazione. Attraverso il colore del fumo si
interpretava il grado di cottura raggiunto. Bianco: iniziale. Giallo:
intermedio. Azzurro: finale. A carbonizzazione avvenuta si esauriva la
combustione e il fuoco si spegneva. A freddo si procedeva allo scarico.
Dopo lo scarico il carbone veniva raccolto, insaccato e
commercializzato. La produzione si compiva in circa due settimane,
variando a seconda delle specie vegetali. Durante la combustione la
carbonaia diminuiva di volume. La resa era del 20%. L'esperienza del
carbonaio si misurava anche col numero di fussuni che riusciva a
governare contemporaneamente. Per gli alti costi di manodopera e per
l'arrivo dai paesi dell'est di un carbone più economico, questa attività
non è più esercitata da decenni, a Buccheri come su tutti gli Iblei. |