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Per arrivare alla
riserva, da Messina si deve imboccare l’autostrada A19 PA-ME ed uscire
allo svincolo per Falcone: da qui si segue la segnaletica per Montalbano
Elicona. Superato l’abitato, si prosegue in direzione “Tripi”, fino al
bivio che si trova poco oltre Portella Cerasa. Quindi, si gira a destra e
s’imbocca Contrada dell’Argimusco, procedendo per un centinaio di metri,
dopodiché bisogna seguire a sinistra la carrareccia che porta sino
all’ingresso del bosco.
Il Bosco di Malabotta: un monumento della natura
Il Bosco di Malabotta è il bosco per eccellenza, anche se andrebbe
annoverato fra le foreste per la sua naturalità. Eccezionale è il suo
valore ecologico, non solo per l’integrità, ma soprattutto per
l’accentuata diversità ambientale, in relazione all’estensione in
altitudine della riserva.
Dal punto di vista geomorfologico, nella parte
centro-settentrionale dell’area, predominano i sedimenti
argilloso-arenacei, i profili delle alture sono dolci e regolari; nella
porzione meridionale, invece, la presenza di conglomerati (rocce
alluvionali costituite da un materiale di fondo su cui sono rimasti
intrappolati ciottoli trascinati e levigati da piogge antiche) e di rocce
calcaree spiega la presenza di dirupi come quelli di Pizzo Castelluzzo,
Serra Castagna, Pizzo Daniele e Pizzo Galera.
Nella riserva troviamo, diversi habitat: il bosco, la prateria, gli
ambienti umidi torrentizi e quelli rupestri.
Nella prima parte inferiore,
il bosco è costituito da querce caducifoglie alle quali, in alcuni tratti,
si associano pini, noccioli, castagni, pioppi e aceri, interrotti da
splendidi arbusteti d’agrifoglio.
La presenza di questo elemento della
flora è indice di “relittualità”: l’agrifoglio, infatti, così come
l’alloro o il tasso, è testimone antichissimo di flore di epoche
precedenti all’ultima glaciazione, quando il clima della Sicilia era di
tipo tropicale.
Nella fascia inferiore, tra le specie d’interesse
forestale, figura anche il leccio e tra gli arbusti e i cespugli del
sottobosco esplode la bellezza delle fioriture primaverili del perastro,
del biancospino, della rosa selvatica comune e lo splendore dorato delle
fioriture di citiso trifloro e dello sparzio spinoso.
Rocche dell’Argimusco:
in contrada Argimusco, nei pressi dell’ingresso alla riserva, in
territorio di Montalbano Elicona.
Mandura Gesuittu: ovile di presunta epoca preistorica. Portella Zilla, SP
118 per Tripi.
Caserma Forestale Malabotta: partendo dall’area di parcheggio di Monte
Cerreto, scendendo sulla destra, dopo aver attraversato un fitto bosco
misto, c’è un’area attrezzata ed una fonte.
Casetta Carbonai: area attrezzata sede di antichi insediamenti
agro-pastorali. Seguire l’itinerario n. 2 della Forestale (torrente
Licopeti– torrente Pistone-Casetta Carbonai).
Faggeta: in territorio di Montalbano Elicona.
Posto nella zona di transizione tra Peloritani e Nebrodi, il Bosco di
Malabotta è una delle ultime foreste (boschi “naturali”) sopravvissute in
Sicilia Vero monumento della natura, al pari delle faggete di Monte
Spagnolo sull’Etna, di Mangalaviti sui Nebrodi, dei cerreti di Capizzi,
del rovereto del Bosco Pomieri, è costituito da magnifici esemplari di età
secolare.
L’eccezionalità di questo luogo sta nella combinazione di diversi agenti
naturali: innanzitutto l’ampia estensione altitudinale che va dai 650/700
m dell’estremo limite meridionale ai 1.341 m di Croce Mancina; poi, la
variazione dei climi che, con l’altezza, comporta un’accentuata
diversificazione di forme animali e vegetali; infine, le splendide pareti
di roccia arenaria modellate dagli agenti atmosferici e la vista
panoramica sui valloni che scendono sino all’Alcantara e risalgono
sull’Etna.
La riserva si estende lungo lo spartiacque che si sviluppa in direzione
Nord-Sud: essa vanta relitti botanici di grande valore e una fauna
rappresentativa dell’habitat forestale.
Poco fuori dell’area boscata, si trovano le suggestive formazioni rocciose
dell’Argimusco che rievocano riti e misteri persi nella notte dei tempi.
Boschi, aree umide, prati-pascolo e aree rupestri sono rimasti
meravigliosamente intatti in un mondo che nei secoli ha assecondato le
esigenze dell’uomo contadino e pastore.
Una passeggiata al Bosco di Malabotta, quindi, non ritempra solo lo
spirito, ma restituisce all’uomo anche il senso di una naturalità troppo
spesso dimenticata che qui si è miracolosamente conservata a dispetto
delle trasformazioni dell’ambiente.
Le Rocche dell’Argimusco
Deviando dalla strada che conduce al bosco di Malabotta, facilmente si
accede alle Rocche dell’Argimusco, altopiano che si eleva ad un’altezza
superiore ai mille metri e che domina su un territorio che dall’Etna
spazia fino allo Stretto di Messina ed alle isole Eolie. Su questo vasto
pianoro s’innalzano enormi macigni (megaliti) di calcare che vento e
pioggia hanno eroso, modellandoli in strane forme inquietanti che hanno
acceso la fantasia delle popolazioni locali. Pare che proprio lì sorga una
necropoli e che menhir e dolmen (monumenti funerari) siano sparsi tutt’intorno,
accanto a cubburi, costruzioni in pietra simili ai trulli pugliesi o ai
nuraghi sardi, distribuiti sull’area circostante secondo un modello
spaziale determinato. Una parte del territorio è attraversata da una
muraglia costituita da pietre squadrate che, in un comprensorio panoramico
come questo, fanno pensare ad una fortificazione o ad una postazione
d’avvistamento, anche se alcuni “vi scorgono” una necropoli. Visibile da
lunga distanza, l’Argimusco ha creato in molti l’idea che in passato sia
stato un luogo sacro, dove si consumavano antichi riti propiziatori e di
ringraziamento.
MUSEI E CENTRI VISITA
• Museo Regionale di Messina, viale della Libertà, n. 465 – 98100 Messina
– tel. 090.361292 e 361293 – fax 090.361294 – Orario visite: Lunedì,
Mercoledì, Venerdì: ore 09:00-14:00 Martedì, Giovedì, Sabato: ore
09:00-14:00
e 16:00-19:00 – Domenica e festivi: ore 09:00-13:00.
• Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi”, Villa Landolina, viale
Teocrito, n. 66, Siracusa - tel. 0931.464022 - Chiuso il lunedì. Visite
ore 09:00-13:00.
• Museo etno-storico del Convento
dei Cappuccini, sul Colle dei Cappuccini, oltre il cimitero, nel convento
a Francavilla di Sicilia. Visite: tutti i giorni ore 09:00-12:00
e 16:00-19:00.
COMUNI DI APPARTENENZA
• Francavilla di Sicilia, 335 m s.l.m. a 60 km da Messina CAP 98034 –
prefisso telefonico 0942; abitanti 5.096 (francavillesi).
• Stazione ferroviaria più vicina:
Giardini Naxos (a km 19).
• Malvagna, 710 m s.l.m. a 82 km
da Messina CAP 98030 – prefisso telefonico 0942; abitanti 1.190 (malvagnesi).
• Stazione ferroviaria più vicina:
Mojo Alcantara (a km 3).
• Montalbano Elicona, 900 m s.l.m. a 82 km da Messina CAP 98065 – prefisso
telefonico 0941; abitanti 3.477 (montalbanesi).
• Stazione ferroviaria più vicina:
Novara-Montalbano-Furnari (a km 28).
• Roccella Valdemone: 812 m s.l.m. a 87 km da Messina CAP 98030 – prefisso
telefonico 0942; abitanti 990 (roccellesi).
• Stazione ferroviaria più vicina:
Mojo Alcantara (a km 8).
• Tripi: 450 m s.l.m. a 75 km da Messina CAP 98060 – prefisso telefonico
0941;
abitanti 1.125 (tripensi).
• Stazione ferroviaria più vicina:
Novara-Montalbano-Furnari (a km 17).
INFORMAZIONI
• Azienda Autonoma Provinciale per l’Incremento Turistico di Messina:
via Calabria, is. 301, 98122 Messina, tel. 090.640221- fax 090.6411047;
via Calabria, is. 301 bis angolo via T. Capra, 98122, tel. 090.674236;
Area di servizio AGIP, 98128 Tremestieri (ME)
tel. 090.730713.
• Ufficio Provinciale Azienda (U.P.A.) di Messina, via Tommaso Cannizzaro
n. 88, Messina - tel. 090.662820.
• Ufficio speciale forestale di Messina, tel. 090.717904.
• Distaccamento forestale di Francavilla di Sicilia: tel. 0942.982188.
• Distaccamento forestale di Floresta: tel. 0941.662033.
• Distaccamento forestale di Patti: tel. 0941.22106.
• Pro loco di Francavilla di Sicilia, via Umberto n. 2 – tel. 0942.988011.
• Comune di Malvagna, tel. 0942.964176.
• Pro loco di Montalbano Elicona, piazza Municipio.
• Comune di Roccella Valdemone tel. 0942.965007.
• Comune di Tripi tel. 0941.82014.
• Servizio antincendio tel. 1515
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Nel Bosco di Malabotta,
per circa 80 ettari domina il cerro, quercia dal portamento regale che può
raggiungere i 30 metri di altezza, riconoscibile, oltre che dalle
caratteristiche incisioni delle foglie, anche perché le cupule delle sue
ghiande, di grosse dimensioni, sono protette da squame lineari ed
arricciate.
Spesso il cerro si trova consociato al faggio.
Salendo in
quota, nell’area della riserva che ricade nel territorio di Montalbano
Elicona, è insediata una splendida faggeta ancora integra che si estende
per circa 80 ettari. Anche la faggeta assume un carattere di relittualità,
diverso però da quello rappresentato dall’agrifoglio: il faggio, infatti,
è un’essenza forestale di origine nordeuropea arrivata in Sicilia con
l’irrigidimento del clima avvenuto nell’ultima glaciazione durata circa
50.000 anni (da 70.000 a 18.000 anni fa circa).
Insieme al pino nero, alla
betulla bianca e ad altre essenze, il faggio trovò in Europa meridionale
nuove possibilità di insediamento grazie al raffreddamento del clima.
Col
ripristinarsi delle condizioni climatiche temperate, quest’albero, che ha
esigenze ecologiche molto specifiche, si è conservato solo alle alte
quote, sui versanti settentrionali dei più elevati sistemi montuosi,
caratterizzati da clima temperato-freddo. Molto interessante è anche la
flora che colonizza le rive e i corsi d’acqua: sulle sponde dei torrenti,
come il Licopeti, il Pistone e il Fontanazze, costeggiando le numerose
zone umide che scendono verso Nord-Est, Sud-Est e Sud, si potrà apprezzare
la tipica flora degli ambienti di ripa, tra cui dominano i salici, i
pioppi neri e gli osmundeti (costituiti da felce florida).
L’interesse
maggiore della vegetazione risiede nella sopravvivenza di specie relitte
di ambiente tropicale. La più celebrata è la Woodvardia radicans, felce
termofila di medie dimensioni, dal portamento elegante, che fiancheggia i
corsi d’acqua nei luoghi riparati.
L’agrifoglio
E’ una pianta che assume significati ma-gici antichissimi: nei popoli
occidentali è di buon augurio scambiarsi rametti di agrifoglio, carichi di
rutilanti bacche rosse, nel periodo natalizio.
E’ una specie relitta
dell’antica flora terziaria (l’era geologica che va da 65 a 2 milioni di
anni fa, vedi box sulla riserva “Vallone Calagna”). A quell’epoca
l’agrifoglio costituiva dei boschi, mentre attualmente forma quasi sempre
degli arbusteti.
Nelle zone in cui l’azione del pascolo è notevole, il
paesaggio è caratterizzato da arbusti d’agrifoglio dalle forme strane a
causa della brucatura del bestiame. Eppure in Sicilia, nel bosco di Piano
Pomo sulle Madonie, è ancora presente un nucleo di agrifogli giganti che
ci riportano a quelle epoche lontane. Il suo aspetto è caratteristico: la
chioma ha forma conica e nel periodo invernale si arricchisce di frutti
globosi di colore rosso brillante che spiccano meravigliosamente sul
fogliame verde scuro.
Le foglie hanno margine ondulato-spinoso verso il
basso e intero in alto. Alberi monumentali di agrifoglio si trovano in
rare stazioni localizzate in Inghilterra, Germania e Norvegia.
L’agrifoglio è un albero longevo, che ha la caratteristica di emettere
molti getti (polloni) che tendono a fondersi fra di loro, sia nella stessa
pianta che tra piante diverse: questo è un indice di grande vitalità che
fa ben sperare sul destino di questa pianta che altrove è in regressione,
ma in Sicilia assume un ruolo decisamente importante e comprimario a molte
specie arboree forestali.
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Gli animali presenti sono
un vero e proprio campionario della fauna siciliana che qui assume una
forte valenza data la naturalità del bosco: tra la microfauna,
importantissimi sono gli artropodi (animaletti invertebrati a cui
comunemente associamo ragni, insetti e crostacei) presenti con molte
specie endemiche.
Per il resto, la fauna è ricca e ben rappresentata: nei
boschi, a parte la chiassosa ed incessante presenza dei piccoli silvidi e
delle varie specie di cincia, di giorno caccia lo sparviero, mentre al
buio echeggiano i richiami del barbagianni, dell’assiolo, del gufo comune,
della civetta e dell’allocco, tutti rapaci notturni.
Tra i mammiferi
predatori ritroviamo la volpe, l’elusivo gatto selvatico, la martora e la
donnola: queste ultime, abilissime cacciatrici ed arrampicatrici fanno
razzia di uova dai nidi ed arrivano ad attaccare prede più grosse di loro
come conigli selvatici, lepri o piccoli mammiferi come il ghiro, il topo
quercino e il riccio.
Sui prati e nei boschi vivono micromammiferi come il
toporagno, mentre il rinvenimento di numerosi aculei negli spazi più
aperti e assolati testimonia la presenza dell’istrice.
E’ facile avvistare
i gheppi nella posizione dello Spirito Santo, ad ali aperte e immobili in
aria, che scrutano minuziosamente il terreno alla ricerca delle piccole
prede di cui si nutrono.
Molti sono i rapaci che si possono osservare
dalle cime più elevate di Pizzo Petrolo, Rocca Volturi e Monte Croce
Mancina: il velocissimo falco pellegrino, la poiana, il lodolaio, la più
rara aquila reale, ma anche il corvo imperiale. Da non dimenticare la
presenza significativa della trota che nuota indisturbata nelle
limpidissime acque del torrente Licopeti.
Il topo quercino
Piccolo roditore dall’aspetto particolare, a metà strada fra un ghiro e un
topolino silvestre, con la faccia segnata da una mascherina nera. E’ lungo
da 10 a 17 cm, la pelliccia appare grigio-brunastra sulla parte superiore
con sfumature tendenti al rossiccio, mentre le parti inferiori tendono al
bianco.
Le zampette sono prensili e gli permettono di procedere
rapidamente sui rami degli alberi. È un abile arrampicatore e goloso
degustatore di frutta, ma non solo: la sua dieta è arricchita da uova,
artropodi, lucertole e piccoli uccelli. Un onnivoro in piena regola!
Nel
periodo degli amori, in primavera, i maschi rivali si abbandonano a vere e
proprie scorribande prima dell’accoppiamento. Dopo circa 23 giorni nascono
i piccoli, privi di pelo e con gli occhi chiusi. Vengono allattati per due
mesi, poi diventano indipendenti.
Vanno in letargo nella stagione
invernale all’interno dei loro nidi a forma di palla, che si trovano in
basso, tra la vegetazione, nelle cavità degli alberi, tra le radici. Li
costruisce con foglie e fuscelli e li rende confortevoli tappezzandoli di
muschio e lanugine, anche se non disdegna di occupare i nidi di uccelli o
di altri animali che va adattando alle sue esigenze.
In verità, grazie
alla mitezza dei nostri climi, è possibile coglierlo in piena attività
anche in inverno. È vittima delle incursioni della martora e della
donnola, ma anche della volpe, dei rapaci notturni e di alcuni serpenti.
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Visitare il Bosco di
Malabotta permette di immergersi in un ambiente incantato fuori dal tempo,
dove la storia è passata lasciando le sue tracce solo nei dintorni. Il
paesaggio circostante ci riporta al Medioevo: paesini arroccati e castelli
eretti in posizioni strategiche per il controllo del territorio e delle
vie interne che dalla costa tirrenica e dai crinali dei Nebrodi e dei
Peloritani scendono verso la valle dell’Alcantara.
Nell’area che circonda
la riserva sono tanti i resti di epoche lontane: nel comune di Montalbano
Elicona, sull’altopiano detto “Argimusco” (vedi box), sono state rinvenute
tracce di insediamenti umani di epoca preistorica, non ancora databili, e
attualmente oggetto di studio.
Di questo luogo parla già Vito Amico, colto abate vissuto tra il ‘600 ed
il ‘700 e ci racconta che Federico II, su consiglio di un illustre medico,
vi si recasse spesso per curare la podagra (gotta) da cui era affetto. Per
trascorrervi i periodi di convalescenza, nella vicina Montalbano costruì
una residenza, su una fortezza preesistente, di probabile origine
normanna.
Oggi la costruzione si può visitare anche se inglobata nel
Castello (1302-1311), anch’esso andato in rovina. Altre sorprese però
attendono chi percorre il territorio del Bosco di Malabotta; infatti sulla
strada provinciale (118) che conduce a Tripi, si rimane stupiti dinanzi ad
una costruzione isolata: la Mandura Gesuittu una sorta di
ovile, forse di epoca preistorica.
Ancora, a Malvagna, in contrada Cuba,
sorge una cappella paleocristiana e a Francavilla di Sicilia, in contrada
Piano Maccu, scavi archeologici hanno portato alla luce resti del V sec.
a.C.; questo paese conserva un’impronta medievale (periodo normanno),
epoca in cui venne anche edificato l’importante convento basiliano di S.
Salvatore di Placa e numerose ed interessanti altre costruzioni dei
dintorni, ricordiamo il Convento dei Cappuccini dove è allestito un museo
etnostorico.
Roccella Valdemone sorge sul letto di un fiume di fronte all’Etna,
sovrastata da due rupi, su una delle quali si trovano le rovine di un
castello. Il territorio tutto merita una visita per chi vuole immergersi
in ambienti incontaminati o abbastanza lontani dal fragore e dalla
frenesia della vita cittadina.
La Mandura Gesuittu
Sulla strada che conduce a Tripi, la provinciale 118, a Portella Zilla,
un’incredibile recinzione si presenta isolata e fuori dal tempo: la
Mandura Gesuittu, un ovile che molti avevano creduto di origine
preistorica. Invece è una costruzione del 1935, realizzata da un pastore
per proteggere le greggi. Per edificarla sono stati utilizzati grossi
blocchi di pietra, facili da reperire sul posto.
Gaetano Pantano, autore del volume “Megaliti di Sicilia”, racconta che tra
le pietre usate per il recinto ce ne sono alcune di un menhir (simbolo
religioso della prima età del Bronzo) crollato che faceva parte di un
sistema di rocce dedicate al dio Sole, poiché la zona, secondo lui, era
un’area sacra.
Egli fa questa deduzione considerando il toponimo della
contrada dove si trovano i resti del menhir: Reso Faragone. Reso, mitico
dio venerato dai Greci, fecondatore e padrone della luce e degli inferi, è
continuamente richiamato dalla forma fallica delle rocce.
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