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Da Palermo percorrere la
A19/ E 90 fino all’uscita di Termini Imerese, quindi imboccare la SS 285
fino a Caccamo, da qui si raggiunge la riserva attraverso una
semi-sterrata che si inerpica sul monte.
Monte San Calogero:
fra scisti e calcari, fluidi
idrotermali e cristalli minerali
Monte San Calogero geologicamente è una grossa anticlinale (porzione di
crosta terrestre piegata dalle forze tettoniche che la fanno emergere) che
sprofonda in direzione E-SE.
Più che un monte sarebbe più corretto
chiamarlo “Sistema montuoso del San Calogero”: si presenta come un
poderoso massiccio costituito da calcari e dolomie originatesi dal
Mesozoico in poi, da strati silicei e dal cosiddetto flysh numidico (di
natura sedimentaria).
La sua morfologia è varia e complessa, a tratti
molto accidentata, con valloni profondi in cui si insedia la vegetazione
naturale. Visto dall’alto, il monte a settentrione si affaccia sulla costa
tirrenica, mentre a sud-ovest presenta due dorsali, una orientale e
l’altra occidentale, separate dalla depressione del piano di Santa Maria.
Il monte di aspetto accidentato è caratterizzato da numerosi rilievi. Nel
corso dei secoli è stato interessato da forze terrestri che ne hanno
fratturato l’unità: è, infatti, possibile distinguere i due grandi sistemi
di faglia con andamento NNO-SSE e NE-NO. Questo ha comportato il
ribassamento di alcuni settori rocciosi in direzione NO-NE.
Il contrasto paesaggistico fra le parti sommitali, aspre e selvagge, e
quelle a valle, che hanno una dolce morfologia collinare, è molto forte.
Ad ovest l’erosione fluviale delle rocce calcaree ha comportato la
formazione di imponenti gole, canaloni e forre, come per esempio i valloni
Pernice e Tre Pietre, dagli alvei profondamente incassati lungo una
discontinuità tettonica.
Queste erosioni torrentizie hanno messo a nudo le
stratificazioni rocciose di epoche diverse, consentendo ai geologi di
risalire alle origini del monte. Lo studio del carsismo sotterraneo ha
messo in evidenza sulle pendici del monte un profondo ipogeo, che ancora
non è stato studiato a causa della sua inaccessibilità.
Una nota molto particolare è quella dell’emergenza di Poggio Balate: qui,
dalle fenditure delle rocce, risalgono fluidi idrotermali ricchi di
fluorite e baritina, che cristallizzano formando concrezioni minerali
visibili e di grande interesse.
MUSEI E CENTRI VISITA
• Museo Civico, via del Museo Civico,
Termini Imerese – tel. 091.8128279.
• Zona Archeologica e Antiquarium
di Himera – tel. 091.8140128.
• Museo Archeologico Regionale “Antonio Salinas”, piazza Olivella n. 24,
90133
Palermo –
tel. 091.6620220, 6621080 e 6621090 – fax 091.6110740. Visite da
lunedì
a venerdì ore 09:00-14:00 e 15:00-19:00; Sabato, domenica e festivi ore
09:00-14:00.
COMUNI DI APPARTENENZA
• Caccamo – 521 m s.l.m. a 50 km
da Palermo; CAP 90012 – prefisso telefonico 091; abitanti 8.636 (caccamesi).
• Stazione ferroviaria più vicina:
Termini Imerese (a 10 km).
• Sciara – 210 m s.l.m. a 52 km
da Palermo; CAP 90020 – prefisso telefonico 091; abitanti 2.730 (sciaresi).
• Stazione ferroviaria più vicina:
Sciara Aliminusa (a 3 km).
• Termini Imerese – 77 m s.l.m. a 38 km
da Palermo; CAP 90018 – prefisso telefonico 091; abitanti 26.571 (termitani).
• Stazione ferroviaria più vicina:
Termini Imerese.
INFORMAZIONI
• Pro loco di Termini Imerese,
via Vincenzo La Barbera n. 1.
• Terme di Termini Imerese
presso “Grand Hotel delle Terme” (****), piazza Terme n. 2, 90018 Termini
Imerese (PA)
tel. 091.8113557 e 8111555 – fax 091.8113107.
• Azienda Autonoma Provinciale
per l’Incremento Turistico,
Ufficio Informazioni di Palermo centro,
piazza Castelnuovo, 34 90100 Palermo.
tel. 091.583847 e 6058351 – fax 091.586338.
• Azienda Autonoma Provinciale
per l’Incremento Turistico,
Ufficio Informazioni Stazione Centrale FS
piazza Giulio Cesare, 90100
Palermo.
tel. 091.6165914.
• Azienda Autonoma Provinciale
per l’Incremento Turistico,
Ufficio Informazioni aeroporto
“Falcone-Borsellino” tel. 091.591698.
• Ufficio Provinciale Azienda (U.P.A.)
di Palermo, via G. del Duca, 23 – 90138 Palermo – tel. 091.6968829.
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Il paesaggio, così vario
ed accidentato dal punto di vista geomorfologico, presenta diversi tipi di
ambienti naturali: quello rupestre, la boscaglia, la gariga e la prateria.
Le difficili condizioni di vita dell’ambiente rupestre consentono
l’insediamento a specie erbacee o cespugliose spesso endemiche a vari
livelli: qui vivono il cavolo rupestre, l’euforbia di Bivona-Bernardi, la
stellina di Sicilia, il litospermo a foglie di rosmarino, il garofano
rupestre, la camomilla di Cupane, la bocca di leone siciliana, l’iberide
rifiorente ed altre piante.
Una nota curiosa è data dalla presenza delle erbe cosiddette
“spaccapietre”, utilizzate per la cura dei calcoli renali (atamanta
siciliana e cedracca comune).
Nel versante di sud est , al disopra degli oliveti, zone vallive accolgono
modeste sugherete discontinue, con una vegetazione arbustiva che non è più
quella espressiva di questo tipo di boschi: copioso risulta l’ampelodesma,
chiaro indice di degrado dell’ecosistema.
Su questo stesso versante si trova una fitta boscaglia costituita dal
leccio che arriva a spingersi sulle pareti calcaree fin quasi ai piani di
vetta. Tra gli arbusti più comuni si notano l’orniello, il carrubbazzo, la
ginestra spinosa, il pungitopo e diverse specie lianose. A nord ovest si trovano i
rimboschimenti con pino d’Aleppo e latifoglie tipiche di questi luoghi.
Nei pendii più dolci, dove il suolo è più profondo, s’insedia invece la roverella, ma in modeste formazioni.
Nelle accidentate aree semirupestri ecco grossi arbusti resistenti
all’aridità ed alla luce accecante: i pulvini sferici di euforbia arborea,
l’olivastro, l’assenzio arbustivo, il lentisco, il tè siciliano e il
teucrio arbustivo. Tra i nuclei di bosco e gli arbusteti c’è la prateria
che nelle zone pascolate presenta piante resistenti e provviste di forti
spine, come la spina bianca e le eduli carciofo selvatico e onopordo
maggiore.
Sulle ampie pendici calcaree domina l’ampelodesma, mentre in
alcuni tratti riprendono vigore l’olivello spinoso, il lentisco e la
ginestra spinosa. Una buona fioritura primaverile di orchidee di varie
specie punteggia i prati assolati: l’ofride gialla e la fior di vespa,
l’orchidea aguzza, a farfalla e la screziata.
Si trovano anche orchidi
come la tridentata e quella di Branciforti. Ricca la presenza di insetti
(coleotteri ed emitteri e variopinte farfalle).
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Monte San Calogero si
affaccia sul golfo di Termini Imerese. A proposito del suo nome sappiamo
che il territorio montano che si estende tra Caccamo e Termini era
frequentato da calogheri, eremiti che avevano scelto di vivere la loro
santità nel silenzio e nella solitudine di quelle plaghe; questi anacoreti
erano venerati e venivano visitati dagli abitanti del luogo: questa
devozione diede origine al culto di San Calogero.
Il tratto di costa su cui domina il monte è caratterizzato da un
insediamento sparso di coltivazioni di piccola proprietà fondiaria che si
è venuta a creare soprattutto negli anni Cinquanta, dopo la riforma
agraria. Foce dei fiumi Imera settentrionale, Torto e S. Leonardo, questo
spazio fu molto frequentato nel passato da popolazioni che cercavano terre
fertili e la possibilità di insediarsi nell’entroterra dove era più facile
proteggersi, ma che, grazie alle vie fluviali, avrebbero avuto un continuo
contatto con la costa, luogo deputato ai commerci.
Da qui si dipartono,
costruite sin da tempi remoti, le strade che collegano la costa
settentrionale della Sicilia con quella meridionale, attraversandone il
cuore.
Resti di insediamenti importanti come il dolmen di Mura Pregne, nel
settore nord-est della riserva, il sito archeologico di Himera (vedi box)
e poi castelli, come quello di Brucato, torri di avvistamento, mulini,
caricatori per il commercio del grano, ponti ed edifici religiosi sono
testimonianze di quel fermento che il territorio ha via via perduto, dopo
l’affermazione dell’economia feudale e la diffusione del latifondo, durata
fino al XX sec..
Umiliato da tentativi mal riusciti di “industrializzazione”, questo
circondario è dominato sulla costa dallo scheletro di un capannone
industriale mai completato e deturpato da costruzioni abusive e impianti
dei quali oggi sembra non possiamo più fare a meno.
I comuni che sorgono a
ridosso della riserva, soprattutto nell’ultimo decennio, si sono resi
conto che la loro ripresa economica stava nella peculiarità delle antiche
attività agro-silvo-pastorali. E così hanno intrapreso una politica per il
recupero e la valorizzazione delle stesse: Sciara, capitale dei carciofi
come la più nota Cerda, ad esempio, sta puntando sulla coltivazione
biologica, sull’allevamento di qualità e sull’attività di agriturismo,
curando anche i siti che testimoniano la presenza di popolazioni passate.
Caccamo, dominata dal maestoso castello, edificato nella metà del XII sec.
(qui Matteo Bonello, signore del luogo, fomentò i baroni siciliani
affinché si ribellassero a Guglielmo II, il malo, nel 1160), che mantiene
una forte impronta chiaramontana (nel ‘300 fu trasformato ed ampliato da
Manfredi Chiaramonte), ha puntato non solo sull’agricoltura e
l’allevamento, ma anche sulle attività artigianali di antica tradizione.
Tessuti e ricami, cesti, opere in legno (testimonianza visibile ancora
oggi sono i ricchi portoni che ornano alcune case del paese), in ferro e
in terracotta sono abilità manuali di cui sono andati sempre fieri i
Caccamesi. E, anche se certe lavorazioni, come quella del ferro, si sono
trasformate (oggi esistono e si impongono i semilavorati), qui si sta
cercando di valorizzare l’“arte dei padri”.
Diversa la situazione di
Termini Imerese, l’antica Thermae (nella parte alta del paese, inglobata
nel tessuto urbano) costruita dopo la distruzione di Himera che,
trovandosi sulla costa, ha avuto uno sviluppo economico totalmente
diverso: il porto e, quindi, le attività commerciali, la pesca, le terme,
che sfruttano ancora le sorgenti curative, delle quali la leggenda
racconta che anche Ercole trasse beneficio, e per lungo tempo la FIAT,
alla quale sono state legate numerose attività di supporto.
Himera
Sorgeva sulla riva sinistra dell’omonimo fiume. Fu fondata nel 648 a.C.
dai calcidesi, origine confermata dagli studi archeologici, già raccontata
da Diodoro Siculo. La sua storia durò solo 240 anni perché oggetto di
desiderio per la sua posizione strategica sul mare, alla foce di un fiume,
che le aveva permesso un rapido sviluppo. Si contrappose alla vicina
punica Solunto, con la quale si scontrò nel 480, affrontando un cruento
combattimento che fu paragonato alla più famosa battaglia di Salamina,
avvenuta nello stesso giorno.
Vi fiorì una cultura mista, propria di siti abitati contemporaneamente da
individui di etnie diverse, di cui rimangono testimonianza alcuni elementi
decorativi e le monete. Scavi archeologici, iniziati nel 1929, hanno
portato alla luce un tempio dedicato ad Athena Nike, la Vittoria.
Questa
costruzione è la più significativa del sito, in stile dorico, ed è l’unica
parte visibile di un santuario edificato in onore della dea.
Nelle
vicinanze, ultimamente, sono stati portati alla luce resti di un abitato
del V sec. a.C. sovrapposti alla città arcaica: abitazioni ed un temenos
(area sacra con templi, are, edifici di servizio, delimitata da un muro).
La cosa più interessante di questi scavi archeologici è data dall’impianto
urbanistico. Della ricolonizzazione della collina (476 a.C.), rimangono
sedici edifici delimitati da strade parallele, in direzione perpendicolare
alla strada principale che termina, forse, in quella che doveva essere
l’Agorà. Le case mostrano la stessa regolarità: occupano un’area quadrata
ed hanno tutte le stesse dimensioni.
Le case, a gruppi di quattro o
cinque, erano servite da una cisterna per l’approvvigionamento idrico.
Case simili a quelle descritte si trovano sul pendio della collina (VI
sec. a.C.); sul limite nord-orientale dell’altura è stata scoperta un’area
sacra, frequentata sin dal periodo arcaico, delimitata da un recinto,
probabilmente anche questa dedicata ad Athena. Della seconda metà del VII
sec. a.C. è il grande “dado” di calcare, e di un periodo appena posteriore
il tempio A.
Esistono anche il tempio B, C e D ed una grande area
sacrificale: tutti gli edifici sono costruiti con lo stesso orientamento
(NO-SE), forse per motivi religiosi; il recinto sacro invece è inscritto
nel tessuto urbano. La visita, interessantissima, potrà essere supportata
dall’esposizione didattica del piccolo Antiquarium, allestito nel
circondario.
Tessitura e ricamo
Sono l’orgoglio di donne che da generazioni ripetono tecniche e disegni,
segreto tramandato da madre in figlia. Queste attività affondano le radici
nel periodo greco-romano, a quanto dicono le fonti disponibili, e
nell’epoca musulmana, quando s’introduce la sericoltura. Ricevono un
impulso e migliorano successivamente sotto i Normanni. L’industria della
seta subirà alterne vicende, come la stessa lavorazione della lana, che
diminuisce, fino a scomparire, quando entra in crisi la pastorizia; fino
ai primi decenni del XX sec. invece si coltivano ancora lino e cotone per
tessere la tila di casa da ricamare per il corredo.
Queste abilità manuali, soprattutto la tessitura, hanno rischiato di
scomparire quando le donne sono “uscite” da casa per lavori più richiesti
e remunerativi, tra gli anni Sessanta e Ottanta. Da circa un decennio
però, sono comparse le cooperative, che hanno tentato di “riprendere le
fila” e di recuperare queste arti antiche, più adeguate ai ritmi di una
vita ecosostenibile. Nell’economia contadina, il lavoro di tessitura era
fondamentale per l’autoconsumo dei suoi membri. Con cotone, lana e lino si
producevano la biancheria per la casa e gli indumenti necessari a tutta la
famiglia.
Le operazioni preliminari per la lavorazione, soprattutto della lana,
erano faticose quanto la coltivazione dei campi; il telaio veniva montato
in un locale luminoso, il tipo usato era quello che comunemente si trova
nel resto del Mediterraneo. Vari i tessuti prodotti: i carpituna, per i
tappeti o le coperte, la trama era costituita da strisce di stoffa
riciclata; i frizzati, lenzuoli la cui trama era data da un filo di lana;
la cutra cu i fasci copriletto con una striscia liscia ed una a nido
d’ape, brisca di meli…
Le tovaglie e le lenzuola di lino potevano avere fili di lino per l’ordito
e la trama o fili di cotone per l’ordito. Il ricamo ha resistito meglio
alla modernizzazione, sia per il fatto che le ragazze si decoravano il
corredo, sia perché nel Collegio di Maria le orfanelle sono state guidate
nell’apprendere quest’arte, per arricchire i paramenti sacri. Quest’attività
che nel tempo ha raggiunto alti livelli di raffinatezza, ha sempre
richiesto maggiore abilità, rispetto alla tessitura, e grande pazienza: i
prodotti vengono realizzati in grandi telai rettangolari o nei piccoli
tilareddi quadrati a seconda dell’ampiezza del tessuto da ricamare. Non
bisogna dimenticare inoltre le trine realizzate a tombolo ed
all’uncinetto, che adornano ed impreziosiscono biancheria richiesta anche
all’estero.
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