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La riserva si può
raggiungere da Palermo e da Agrigento.
Da Palermo: imboccare l’autostrada
A19 PA-CT ed uscire allo svincolo per Villabate da cui ci si immette sullo
scorrimento veloce Palermo-Agrigento (SS 121) e procedere sino all’uscita
per Bolognetta. Da qui seguire le indicazioni per Marineo (SS 118) e
proseguire in direzione Corleone: dalla SS 118 corleonese-agrigentina, a 3
km dal comune di Burgio, si svolta a sinistra per una strada asfaltata che
poi diventa bianca (era una “regia trazzera”): proseguire per 5 km.
Arrivati ad un bivio, si può approdare, a destra, nell’area attrezzata
dell’Azienda Regionale Foreste Demaniali denominata “Menta”. Se si sceglie
di immergersi nel bosco di Sant’Adriano, invece, svoltare a sinistra.
Da Agrigento: SS 115 per Sciacca, uscita a Ribera, quindi imboccare la SS
386 per Burgio; circa 2 km prima di San Carlo girare a destra fino ai
piedi del monte, dove ci sono le rovine del Castello di Cristia.
Monti di Palazzo Adriano
e Valle del Sosio:
il trionfo della biodiversità
Si deve alla preziosa opera di Gaetano Giorgio Gemmellaro la
valorizzazione dei monti della Valle del Sosio dal punto di vista
paleontologico. Qui, infatti, risiedono i fossili più antichi e preziosi
di Sicilia, sedimentatisi e stratificatisi sin dall’epoca del Permiano (in
piena Era Paleozoica) e che vanno a costituire le rocce calcaree. Si
tratta di foraminiferi (organismi microscopici dai gusci calcarei
inconfondibili), spugne, briozoi, brachiopodi (molluschi bivalvi),
ammoniti (vedi box), trilobiti (forme paragonabili agli attuali crostacei)
e ostracodi, tutti animali marini vissuti in un braccio dell’arcaico
oceano Tetide, progenitore del Mediterraneo attuale, che si incuneava nel
continente della Pangea, prima che venisse frammentato nei continenti
attuali.
I calcari bianchi di Palazzo Adriano, per esempio, conservano numerose
specie di ammoniti, fossili-guida molto significativi. Tra questi monti
sono presenti anche esemplari di ammoniti appartenenti a specie esclusive
dell’area siciliana.
Nella riserva si trovano altri siti di significativo
valore geologico: Vallone Acque Bianche, dove gli strati calcarei da
orizzontali diventano repentinamente verticali e Pizzo Castellazzo, dove
c’è un’antichissima colata lavica che si estende sino a Croce del Gallo e
poi sino a Burgio.
Il reticolo di acque di scorrimento superficiale è poco
complesso: i torrenti hanno carattere prevalentemente stagionale, anche se
il fiume Sosio mantiene per tutto l’anno una buona portata.
Le sommità dei monti, invece, presentano morfologie sconnesse ed aspre con
pareti rocciose, spuntoni di roccia e versanti ripidi che determinano
molti microambienti. Tutto ciò contribuisce a creare numerose possibili
condizioni per l’insediamento della flora.
Emergenze paesaggistiche
Santuario di Rifesi: nel territorio di Burgio. Da contrada Dragotto, si
arriva alle pendici occidentali di Pizzo Castellazzo, da qui si imbocca
una trazzera che dopo 2 km conduce al Santuario.
Castello di Cristia: in contrada feudo di Cristia, nei pressi di San Carlo
(frazione di Chiusa Sclafani), appartiene al comune di Burgio.
Listi d’u firriatu: gola profondissima dominata dalla rupe coi ruderi del
castello di Cristia, in cui si trovano i cinque blocchi fossiliferi
calcarei famosissimi, tra cui la Pietra di Salamone e quella dei Saraceni.
Vallone Acque Bianche: emergenza geologica in cui strati calcarei da
orizzontali si inclinano verticalmente.
Pizzo Castellazzo: emergenza geologica.
Antichissimi basalti lavici che
arrivano sino a Burgio.
Area attrezzata “Menta”
nel Bosco di
Sant’Adriano, a cura dell’Azienda Foreste Demaniali della Regione
Siciliana: dalla SS 118 corleonese-agrigentina, prima di arrivare al
comune di Burgio, a meno di 3 km svoltare a sinistra. Dopo 5 km, al bivio
svoltare a destra. Se si svolta a sinistra, si arriva al Bosco di Sant’Adriano.
La riserva, per superficie la seconda delle aree protette della provincia
di Palermo, è sicuramente tra le più affascinanti per la diversità degli
ambienti che comprendono splendide aree boschive, praterie e corsi d’acqua
che si intercalano a gole, anfratti e dirupi scoscesi.
Il paesaggio,
suggestivo e selvaggio, è ancora in molti punti incontaminato.
La riserva dei Monti di Palazzo Adriano e Valle del Sosio, per le sue
eccezionali peculiarità ambientali, basterebbe da sola a giustificare la
costituzione di un Parco della Valle del Sosio, annettendo tutte le
riserve vicine. E’ un ambiente fantastico che riserva molte eccezionali
sorprese. Innanzitutto la sua natura geologica: qui risiedono i sedimenti
fossiliferi più antichi presenti in Sicilia.
Sono affioramenti rocciosi
risalenti all’epoca del Permiano (epoca collocata nell’Era Primaria o
Paleozoica, in un periodo compreso fra 280 e 225 milioni di anni fa) come
la Pietra di Salomone ed altri limitatissimi lembi calcarei affioranti,
che hanno dato a Gaetano Giorgio Gemmellaro (famosissimo paleontologo
vissuto a cavallo tra XIX e XX sec.) la possibilità di pubblicare una
monografia (1890) di eccezionale valore scientifico e di realizzare una
collezione di fossili, che possiamo ammirare al museo paleontologico che
gli è stato dedicato.
MUSEI E CENTRI VISITA
• Museo Civico di Scienze Naturali
di Palazzo Adriano (attualmente
in progettazione) tel. 091.8348056 e 8348751.
• Museo di Paleontologia “G.G. Gemmellaro”, corso Tukory n. 131, Palermo
tel. 091.7041028; http://www.unipa.it/~dipgeopa
Apertura al pubblico: dal 1° ottobre al 31
maggio dal lunedì al sabato dalle ore 09:00-13:00 e, su richiesta di
gruppi scolastici, anche nel pomeriggio dal lunedì al venerdì, dalle ore
16:00 alle 19:00. Sono previste anche visite guidate in inglese e
francese.
Le prenotazioni si effettuano ai seguenti numeri:
tel. 091.7041028 – 7041051, fax 091.7041041.
Durata prevista di una visita guidata: 1 ora circa.
Il salone del Museo, per motivi di sicurezza, può ospitare gruppi di 30
persone per visita.
• Mostra “Antica civiltà contadina”,
cortile Majorana, Palazzo Adriano.
COMUNI DI APPARTENENZA
• Bivona – 503 m s.l.m. a 65 Km
da Agrigento; CAP 92010 – prefisso
telefonico 0922; abitanti 5.076 (bivonesi).
• Stazione ferroviaria più vicina:
Cammarata-San Giovanni Gemini (a 32 km).
• Burgio – 317 m s.l.m. a 65 km
da Agrigento; CAP 92010 – prefisso
telefonico 0925; abitanti 3.562 (burgitani).
• Stazione ferroviaria più vicina:
Agrigento (a 65 km).
• Chiusa Sclafani – 614 m s.l.m. a 80 Km
da Palermo; CAP 90033.
prefisso telefonico 091;
abitanti 3.677 (chiusini).
• Stazione ferroviaria più vicina:
Palermo Centrale (a 82 km).
• Palazzo Adriano – 680 m s.l.m. a 100 Km da Palermo; CAP 90030 – prefisso
telefonico 091; abitanti 2.767 (palazzesi).
• Stazione ferroviaria più vicina:
Lercara bassa (a 36 km).
INFORMAZIONI:
• T.R.I.P.S. Turismo – Risorse – Idee
per lo Sviluppo, via M. D’Aleo n. 1
piazza Umberto I n. 29,
90030
Palazzo Adriano – tel./fax 091.8349051;
sito web: www.italcomp.net/tripsvalledelsosio;
E-mail: trips@italcompt.net
• Pro loco di Chiusa Sclafani,
via Ungheria n. 67, 90033 – Chiusa Sclafani
tel. 091.8353535.
• Pro loco di Palazzo Adriano:
piazza Umberto I n. 46, 90030
Palazzo Adriano (Pa) – tel. 091.8348309.
• Distaccamento forestale di Burgio:
tel. 0925.64350.
• Distaccamento forestale
di Palazzo Adriano: tel. 091.8348506.
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L’area boscata più
significativa è quella del Bosco di Sant’Adriano, dove il leccio è
l’essenza dominante, soprattutto nei versanti più rocciosi ed impervi e
nelle pareti con forte pendenza, dove assume il ruolo di pianta pioniera.
Là dove il pendio si addolcisce, ecco subentrare le più esigenti roverelle,
ma il leccio comunque resta sempre presente.
Nel Bosco di Rifesi dominano invece i querceti a roverella, anche se i
lecci non mancano mai. Ovviamente sono presenti anche altre specie arboree
come il carpino nero, l’orniello e l’acero campestre, oltre a diversi
arbusti come il corbezzolo, l’erica arborea, il biancospino, il pungitopo,
la ginestra spinosa, la rosa di San Giovanni e il prugnolo. Là dove la
copertura forestale non c’è più, ecco gli arbusteti, le praterie, le aree
coltivate.
. Negli ambienti rupestri, rappresentati significativamente da Pizzo
Gallinaro (1.220 m s.l.m.) e Serra del Biondo (1.138 m s.l.m.), sono
presenti anfratti in cui dominano gli arbusteti di olivastro ed euforbia
arborea, in cui fioriscono diverse specie endemiche o rare come la
vedovina delle scogliere, la camomilla delle Madonie, il cavolo rupestre e
la bocca di leone siciliana. In queste zone nidifica il falco pellegrino e
si possono avvistare l’aquila di Bonelli ed il falco lanario.
Nelle forre e negli ambienti di ripa, lungo il corso del fiume e dei
torrenti, attecchisce una folta vegetazione costituita da pioppi bianchi e
neri, dal salice bianco, dal frassino meridionale, dall’olmo canescente,
dall’oleandro dalle vivaci fioriture e dal terebinto (pianta molto affine
al pistacchio, detta anche scornabeccu per le escrescenze a forma di corno
che vengono prodotte dalle foglie parassitate da insetti).
Questo è anche il regno del rovo, dell’equiseto massimo e del gigaro
chiaro… Ma è la parte più esterna delle sponde che si rivela preziosa: qui
la cannuccia del Reno insieme alle tamerici, gallica ed africana.
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Il patrimonio botanico di
questo territorio è, di eccezionale interesse, come quello faunistico che
qui trova habitat variegati: nidificano ben 60 specie d’uccelli, sono
presenti quasi tutti i rettili e gli anfibi viventi in Sicilia ed esiste
un campione rappresentativo di tutta la fauna boschiva regionale, con
alcune presenze rare ed eccezionali come l’aquila di Bonelli, i nibbi
(bruno e reale) ed il merlo acquaiolo, ottimo indicatore di qualità
dell’ambiente (si sofferma solo dove pullulano invertebrati che esigono
acque pulitissime).
Come un tessuto che connette fra loro boschi, aree umide, canaloni, ripide
pendici e aspre muraglie calcaree, ecco gli arbusteti e le praterie che
offrono spazi di nutrimento a molti erbivori, roditori e grossi insetti e,
di conseguenza ai loro predatori: falco grillaio, nibbio, gheppio e di
notte, ai rapaci come l’allocco, la civetta e il barbagianni. Un breve
inciso: grazie al regime di protezione della riserva, specie sottoposte
alla pressione venatoria come beccacce, coturnici di Sicilia e colombacci
possono trovare rifugio e possibilità di ricostituire le perdite dovute ad
una caccia irrazionale e poco lungimirante.
Il merlo acquaiolo
Passeriforme lungo circa 18 cm, che si riconosce facilmente dalla livrea,
ha piumaggio marrone mentre su gola e petto presenta una macchia bianca.
Vive nei torrenti di collina e di montagna, dalle acque fresche e
ossigenate, pulitissime: si nutre, infatti, di invertebrati acquatici
molto esigenti dal punto di vista ecologico, organismi che tendono a
scomparire immediatamente, non appena si verifica una seppur minima
alterazione dell’ambiente. Tendenzialmente costruisce il nido sui siti
immediatamente sovrastanti i corsi d’acqua: fenditure nella roccia, radici
scoperte, a volte anche dietro le cascate (in questo caso per proteggere
il nido dagli spruzzi d’acqua lo copre con un tetto di muschi). Nidifica
in primavera; in inverno può diventare erratico e spostarsi in verticale;
infatti può scendere a visitare le coste.
E’ una specie considerata “vulnerabile” e per questo inserita nella lista
rossa siciliana: le cause della sua riduzione numerica sono dovute allo
sconvolgimento dei suoi habitat preferiti, come ad esempio la captazione
delle sorgenti e l’imbrigliamento e la cementificazione degli argini dei
torrenti montani. Viene considerato indicatore biologico della qualità
dell’ambiente.
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Questa riserva,
incastonata in un panorama variegato e ferace, presenta caratteristiche
simili a quelle dell’area protetta di Monte Genuardo e Santa Maria del
Bosco, facendo parte del medesimo territorio, inserito in un ambiente
naturale di straordinaria bellezza.
Qui abitarono nel corso dei secoli una grande varietà di popolazioni
indigene (Sicani, Siculi ed Elimi) e colonizzatrici (Greci, Punici,
Romani, Bizantini, Musulmani, Normanni, Svevi…) che hanno caratterizzato
fortemente queste aree, lasciando una quantità di pregevoli testimonianze
nelle opere, negli usi e nei costumi. La definizione di “favolosa” che di
questa terra dà il geografo musulmano Idrisi, vissuto ai tempi di Ruggero
II (sec. XII), è percepibile in alcuni luoghi incantati che appaiono
improbabili in un’epoca dove tecnologia ed artificio imperano.
I centri abitati del circondario hanno saputo, con una sensibilità antica,
ma nuova nella consapevolezza, mantenere e talvolta recuperare il
patrimonio materiale ed etnografico tradizionale, valorizzando i beni
storico-artistici e quelli derivanti dalle tradizionali attività locali.
Chiusa Sclafani conserva in parte le caratteristiche del borgo medievale
con le mura delle case in pietra viva, organizzate intorno al castello di
cui rimangono scarsi ruderi, alcuni dei quali inglobati in edifici
posteriori.
L’altra parte del paese, divisa da una profonda frattura, si sviluppa in
uno stile diverso a causa della rovinosa frana del XVII sec..
Sul toponimo Chiusa c’è chi pensa che derivi dal fatto che la cittadina
sia stata costruita sul pianoro dove si trovava un grande recinto
(chiusa), dentro il quale Matteo Sclafani, il signore del luogo, faceva
pascolare i cavalli; c’è chi invece lo addebita alla posizione geografica
in quanto “chiusa” fra tre colli e due rami del fiume Isburi. La cittadina
conserva opere pregevoli che valgono una visita al sito.
Palazzo Adriano, colonia di profughi albanesi, immortalata dal film “Nuovo
cinema paradiso” del regista Giuseppe Tornatore, è diventata
improvvisamente celebre nel mondo; presenta un‘interessante museo
paleontologico dove sono conservati splendidi fossili, i più antichi di
Sicilia (Era Paleozoica), trovati in zona.
Bivona è conosciuta soprattutto per la “sagra della pesca”, profumatissimo
frutto che si ottiene dalle sue campagne.
Burgio è nota invece per le ceramiche di antica tradizione e per le famose
fonderie di campane, rare sul suolo siciliano (vedi box).
Le ammoniti
Sono fossili-guida che ci conducono alla scoperta degli eventi avvenuti
nell’Era Mesozoica: in Sicilia ricoprono uno spazio di tempo
corrispondente a 200 milioni di anni. Ne esistono almeno 10.000 specie
conosciute, con dimensioni variabili: da pochi mm a circa 2 m di diametro.
Erano diffusissime e possono essere considerate come i veri dominatori
degli ambienti marini di quei tempi.
Il loro nome prende origine
probabilmente dal dio egizio Ammon, che veniva raffigurato con testa
d’ariete e corna avviluppate a spirale: elemento che ricorda la forma
delle loro conchiglie.
Le ammoniti erano molluschi cefalopodi molto simili al Nautilus che ha la
conchiglia a forma di spirale piana, con il lume della camera interna
diviso in stanze che il mollusco utilizza con lo stesso principio dei
sommergibili: riempiendole o svuotandole di gas riesce a spostarsi alla
profondità voluta.
La conchiglia delle ammoniti era calcarea: dallo studio delle
ornamentazioni esterne, delle coste e delle suture (punti di saldatura fra
i setti interni e le pareti della conchiglia) si può risalire alla specie
ed al periodo in cui l’animale è vissuto.
Nel Mesozoico le ammoniti ebbero
il massimo sviluppo e grazie a loro è possibile individuare esattamente in
quale “zona paleontologica” collocare uno strato roccioso fossilifero. Per
ben quattro volte, alla fine dei principali periodi geologici (Devoniano,
Permiano, Giurassico e Triassico), subiscono “crisi biologiche” che li
portano sull’orlo dell’estinzione, riuscendo sempre a superarli e dando
origine a nuove forme di adattamento e di diffusione, fino al colpo
finale: l’estinzione totale avviene alla fine del Cretacico, 65 milioni di
anni fa.
Probabilmente furono vittime della stessa estinzione di massa che segnò la
fine dei grandi rettili, degli pterosauri e di molti altri gruppi di
invertebrati marini.
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