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Denominazione
RNO Pizzo cane,Pizzo Trigna,Grotta Mazzamuto
Provincia
PA
Comuni
Altavilla Milicia, Trabia, Ventimiglia di Sicilia, Caccamo, Baucina,
Casteldaccia
Estensione zona A - zona B
4641,43 Ha di cui 2473,11 in zona A e 2168,32 in zona B
Riferimenti geografici
I.G.M. - F. 259 IV N.O.; 259 IV N.E.; 250 III S.O; 250 III S.E.
Data Istituzione
D.A. 83 del 18/6/00 (Piano Reg.)
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Informazioni generali |
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Da Palermo percorrere la
A19/ E 90 fino all’uscita di Casteldaccia, quindi imboccare la SP 16 in
direzione Baucina-Ventimiglia di Sicilia. Dopo circa 25 Km si arriva alle
pendici di Pizzo della Trigna.
Pizzo Cane, Pizzo Trigna e Grotta Mazzamuto
Questo massiccio montuoso presenta non soltanto rocce calcaree dovute al
sedimentarsi di gusci e scheletri di animali nei fondali dell’antichissimo
mare dell’epoca mesozoica, ma anche la presenza di pareti silicee,
organizzate in lamelle parallele frammiste ad elementi incoerenti (scisti)
formatesi per l’accumulo lentissimo e costante nei secoli di gusci di
microorganismi (diatomee e radiolari) e di spugne silicee nei fondali
marini. Non solo: su Pizzo Cane, all’interno dei calcari, esistono
intrusioni di rocce vulcaniche che arrivano ad affiorare.
La storia geologica di queste montagne si legge anche in certi spaccati
murali in cui affiorano scisti silicei colorati e variegati, in cui il
reticolo di fratture racconta gli effetti delle forze tettoniche che
incessantemente sottopongono la crosta terrestre a sollevamenti,
spostamenti e torsioni.
L’area si presenta, quindi, soggetta all’erosione
dovuta agli agenti atmosferici che hanno portato sia allo sviluppo di
formazioni superficiali, tra cui il reticolo di corsi d’acqua stagionali,
sia alla formazione di cavità come le tre grotte più significative già
citate nell’introduzione.
Di queste, la Grotta Brigli riveste un interesse
di tipo speleologico: si presenta ricca di concrezioni e panneggi calcarei
lungo i cunicoli e le sale.
La Grotta del Leone ha importanza dal punto di
vista ecologico perché al suo interno vive una comunità di Iberidella
minore, pianta che cresce nelle grotte abitate dal bestiame.
Dalla lettura del paesaggio, quindi, emergono diversi tipi di ambienti
naturali: quello rupestre, quello vallivo costituito da boschi, quello
prativo e di gariga e quello umido, lungo il corso dei torrenti.
L’ambiente rupestre è, di per sé, aspro e difficile, ospita diverse piante
endemiche o rare che si trovano solo in determinate aree della regione o
della provincia.
Le ripide pareti quasi verticali presentano riflessi
rosei o bianchi e sono ferite da anfratti formatisi nella nuda roccia, che
ospitano arbusti o cespugli rustici capaci di colonizzare e adattarsi a
questi ambienti inospitali. Si tratta dei cespugli rotondeggianti
dell’euforbia arborea che macchia di smeraldino le pareti in inverno (in
estate perde le foglie dopo aver subìto delle variazioni cromatiche che da
verdi mutano sino ad assumere un magnifico colore rosso fuoco),
dell’olivastro e dell’immancabile leccio.
Si trovano anche numerose altre
specie come il cavolo rupestre o il ciombolino siciliano, dalla corolla
lilacina, altre euforbie come quella del Bivona-Bernardi (più evidenti nei
pressi della Grotta Mazzamuto) e la coniza rupestre.
Il Santuario della Milicia
Conserva un antico quadro, oggetto di grande devozione, non soltanto per
gli abitanti di Altavilla Milicia, ma per tanti altri fedeli che giungono
in questo paesino da tutta la Sicilia quando, l’otto settembre si snoda,
tra le vie del centro abitato, una caratteristica processione.
Il quadro che ha per titolo Santa Maria Lauretana, rappresenta la Madonna
che col suo braccio sostiene il Bambino, accanto a loro è S. Francesco. La
veste di Maria è interamente d’argento, come le corone regali che poggiano
sui loro capi. E d’argento sono pure l’aureola ed il cordone del Santo.
La
leggenda vuole che questo quadro sia stato regalato ai miliciani da
corsari, la cui nave si trovava in panne nel mare antistante Altavilla.
Essi lo usavano come coperchio di un barile e si erano convinti che fosse
quello ad impedire la loro partenza. Decisero, quindi, di disfarsene. I
miliciani conservano il quadro nel santuario che oggi si trova sulla
collina-belvedere, che domina il panorama circostante: da capo Zafferano
alle rocche di Caprileone.
MUSEI E CENTRI VISITA
• Museo Archeologico Regionale “Antonio Salinas”, piazza Olivella n. 24,
90133
Palermo – tel. 091.6620220, 6621080
e 6621090 – fax 091.6110740.
Visite da lunedì a venerdì ore 09:00-14:00
e 15:00-19:00; Sabato, domenica e festivi
ore 09:00-14:00.
INFORMAZIONI
• Pro loco di Trabia e San Nicola L’Arena, via Cristoforo Colombo n. 27,
tel. 091.8147107.
• Pro loco di Ventimiglia di Sicilia,
via dell’Orto, tel. 091.478690.
• Azienda Autonoma Provinciale
per l’Incremento Turistico,
Ufficio Informazioni di Palermo centro,
piazza Castelnuovo, 34 90100 Palermo.
tel. 091.583847 e 6058351 – fax 091.586338.
• Azienda Autonoma Provinciale
per l’Incremento Turistico,
Ufficio Informazioni Stazione Centrale FS piazza Giulio Cesare, 90100
Palermo.
tel. 091.6165914.
• Azienda Autonoma Provinciale
per l’Incremento Turistico,
Ufficio Informazioni aeroporto
“Falcone-Borsellino” – tel. 091.591698.
• Ufficio Provinciale Azienda (U.P.A.)
di Palermo, via G. del Duca, 23 – 90138 Palermo – tel. 091.6968829.
• Servizio antincendio:
tel. 1515 (numero verde).
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Flora |
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I boschi naturali sono
lembi relitti costituiti da leccio, da quercia da sughero e da querce
caducifoglie, frammisti ad orniello, acero campestre e, più raramente, ad
acero trilobo. In questo bosco mediterraneo, il sottobosco ospita cespugli
di rosacee tipici della macchia mediterranea: pero mandorlino e rosa
sempreverde. Ma anche di biancospino comune, di erica arborea, di ginestra
spinosa e di citiso trifloro (un arbusto che somiglia alla ginestra).
Una presenza molto interessante e significativa è quella dell’agrifoglio
nelle parti sommitali, che forma una boscaglia insieme al leccio.
Sul
manto erboso del sottobosco crescono anche il ciclamino primaverile, dalle
foglie variegate e dalle corolle fucsia, e la rosa peonia, dalle
bellissime corolle rosate o bianche venate di porpora.
Là dove il bosco si
dirada ci sono macchie arbustive in cui appare anche il lentisco ed altre
piante non presenti nel bosco, tra cui, persino la palma nana.
Queste
macchie colonizzano anche le zone semirupestri e sono formate da piante
che resistono al pascolo, all’aridità e agli incendi come ad esempio
l’euforbia arborea, l’olivastro ed il lentisco. Come un mare che lambisce
questi isolotti di vegetazione arborea ed arbustiva, ecco la prateria che
nei tratti più rocciosi ed assolati assume l’aspetto di steppa ed è
caratterizzata dai grandi cespi dell’ampelodesma.
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Fauna |
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L’habitat rupestre è il
regno del falco pellegrino, abilissimo cacciatore d’uccelli, ma anche
dell’aquila reale. Un tempo queste pareti ospitavano i nidi del
capovaccaio, piccolo avvoltoio migratore chiamato anche Pasqualino, perché
i primi arrivi in Sicilia avvengono nel periodo di Pasqua. La sporadica
presenza del capovaccaio, pulitore d’ossa grazie al becco sottile e
specializzato, è indice del decadimento della rete alimentare, problema
ormai diffuso dappertutto in Italia.
Per il resto, le solite presenze legate a questo tipo di ambienti
naturali: nel folto del bosco si trovano cince, formidabili insettivori, e
lo scricciolo. Sui tronchi, il frenetico rovistare di picchi rossi
maggiori e rampichini alla ricerca di cibo.
Tra i predatori sono presenti la donnola e la martora, ma anche il gatto
selvatico e la volpe. Nelle aree fra bosco e prateria trovano cibo e
rifugio anche roditori, tra cui il grosso istrice, e lucertole (campestre
e siciliana), ramarri e serpenti come il colubro liscio, il biacco e la
vipera.
La lepre appenninica
In questa riserva vive una consistente popolazione di lepre appenninica (Lepus
corsicanus De Winton 1898). Presenza di eccezionale importanza perché
questo animale, considerato sino a qualche anno fa una sottospecie della
lepre europea, pare sia una specie a se stante che vive nelle piccole
valli d'alta montagna e nelle aree di macchia mediterranea.
Da ricerche
condotte a livello genetico, si è potuto stabilire che la lepre
appenninica è un endemismo (cioè una specie che vive solo in determinate
aree geografiche) del nostro Paese e specificatamente dell'Italia
centro-meridionale, della Sicilia e della Corsica, anche se ancora non è
stato determinato se possa essere considerata una specie a se stante.
Lo
zoologo Mario Lo Valvo già nel 1997 riportava la presenza di questo
animale in Sicilia. Attualmente la lepre appenninica è un animale "a
rischio" per via della concorrenza con le lepri europee introdotte a scopo
venatorio, nei suoi stessi habitat.
Non è facile distinguere le due specie
fra loro: le differenze sono poche e riguardano colorazioni specifiche del
pelo in alcuni punti del corpo (nuca, coscia e sfumatura laterale). Sono
ancora in corso gli studi mirati a disegnare una mappa della distribuzione
della lepre appenninica, delle sue abitudini e della sua biologia,
cercando i caratteri distintivi rispetto alla lepre europea e osservando
cosa accade in quei luoghi in cui, pur essendo presente la nuova specie,
sono stati introdotti a scopo venatorio individui dell'altra.
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La
Storia, Il Paesaggio e l'Uomo |
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La riserva, una delle più
interessanti della provincia di Palermo, da un lato domina il versante
ovest del golfo di Termini Imerese; dall'interno si affaccia su una zona
di grande varietà geomorfologica e naturalistica, dove è visibile
l'impronta che l'uomo ha lasciato fin dai tempi più antichi.
Nella Grotta Mazzamuto sono stati, infatti, rinvenuti importanti reperti
che testimoniano la sua presenza in queste zone, già nella preistoria. Nel
XII sec. quest'area era fertile e ricca di colture, come testimonia il
geografo Idrisi. In questo tratto della Sicilia interna, dove predominano
le colture estensive di frumento, tra i sec. XVI e XVII, furono creati
grossi borghi agricoli che hanno subìto un lento abbandono, soprattutto
tra l'800 ed il '900, come è accaduto a Baucina e a Ventimiglia di
Sicilia, territori in cui ricade l'area protetta con caratteristiche
diverse dagli altri comuni della riserva, che si trovano sulla costa.
Altavilla Milicia deve il suo primo nome a Roberto Altavilla, detto il
Guiscardo, che nell'XI sec. edificò, nei pressi dell'odierno paese, una
chiesa per celebrare la vittoria contro i musulmani: Santa Maria di
Campogrosso o San Michele, la Chiesazza come viene chiamata nei dintorni.
I resti della costruzione e del vicino monastero si trovano dopo il ponte
ad unica arcata, probabilmente coevo, che attraversa il torrente S.
Michele. Notizie su Caccamo sono state date quando si è raccontato di
Monte S. Calogero. Casteldaccia, borgo sorto intorno al 1700, è conosciuta
per l'attività di trasformazione dei prodotti agricoli: pasta, olio e vino
sono ben noti localmente, ma questo piccolo centro è diventato famoso nel
mondo grazie alle cantine Duca di Salaparuta. Trabia, l'"at tarbi'ah" (la
quadrata) del XII sec., era un centro ricco di mulini e di acque. Nel '300
vi fu impiantata una tonnara che ha smesso di lavorare nel 1971,
successivamente trasformata in complesso alberghiero. Nei pressi si trova
il Castello, del quale sconosciamo la data di fondazione, ma che ancora
oggi conserva in buono stato le parti principali dell'edificio.
Emergenze paesaggistiche
Grotta Mazzamuto: interesse archeologico.
Grotta Brigli: interesse speleologico.
Grotta del Leone: si apre sul versante Ovest di Pizzo Cane.
Visto da Monte Carcaci, nell’area di Prizzi e Castronovo di Sicilia, il
massiccio di Pizzo Trigna appare immenso e fa da sfondo all’orlo gessoso
delle Serre di Ciminna, che costeggiano la depressione valliva naturale
che si offre allo sguardo dell’osservatore. È questa una delle riserve più
estese e presenta una serie di caratteristiche ambientali che la rendono
molto interessante da molteplici punti di vista: geologico, botanico,
faunistico e paletnologico.
Insieme a Monte San Calogero, sulla costa di Termini Imerese, questi
rilievi rappresentano il logico anello di congiunzione fra i monti di
Palermo e le Madonie. L’imponente massiccio (che con Pizzo Trigna
raggiunge i 1.257 m s.l.m.) sovrasta un’ampia vallata, una sorta di
altipiano esteso su cui scorre un ricco reticolo di ruscelli e corsi
d’acqua che si incanalano nel Vallone Corvo.
Data la natura calcarea delle
montagne, anche queste presentano fenomeni di erosione carsica, sia
superficiale che profonda, che hanno dato origine anche a tre grotte: la
Grotta Mazzamuto, dall’imponente ingresso, di chiaro interesse
archeologico (qui si sono insediate comunità rupestri in epoche
protostoriche); la Grotta Brigli (o Brigghi o dei Berilli) che assume un
valore più squisitamente speleologico e, infine, la Grotta dei Leoni. Qui
risiedono presenze faunistiche e botaniche di importante valore ecologico
e tutta l’area testimonia il silenzioso e paziente intreccio dell’opera
dell’uomo con la natura dei luoghi.
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