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Si parte da Palermo
imboccando lo svincolo Palermo-Sciacca: uscire allo svincolo per Piana
degli Albanesi, qui si segue un sentiero che inizia nei pressi della
chiesetta della Madonna dell’Odigitria.
Questo percorso si inerpica lungo
il versante meridionale della riserva raggiungendo quota 1.144 m s.l.m. in
località Portella del Garrone.
Trattandosi di una strada sterrata, sarà
conveniente lasciare le automobili al punto di partenza. Se si vuole
raggiungere il versante settentrionale, basta seguire lo svincolo Palermo-Sciacca ed imboccare quello per Giacalone, quindi proseguire per
Poggio San Francesco.
Due chilometri prima di arrivare al Santuario, si
incontra un cancello rosso dal quale si accede ad una carrareccia, che
sale verso la montagna e sulla quale bisogna proseguire per 800 m: sino ad
arrivare in località Strasatto-Ginestra; parcheggiare nei pressi
dell’abbeveratoio Targia.
Seguendo poi la segnaletica del Sentiero Italia,
si può raggiungere la riserva anche dalla periferia di Altofonte. Le Serre
della Pizzuta sono un sistema di monti esteso dall’altura del Maja e
Pelavet (1.279 m) fino a Portella del Pozzillo. La cima più alta è quella
della Pizzuta, con 1.333 m s.l.m..
L’origine geologica della Serra risale
al Lias inferiore (circa 250 milioni di anni fa) come testimoniano i resti
fossili presenti sul monte Kumeta. La natura delle rocce è carbonatica,
con prevalenza delle dolomie (carbonato di calcio e magnesio idrato).
Spiccato è il carsismo sia superficiale che sotterraneo, dovuto alla
corrosione chimica esercitata dalle acque meteoriche che hanno originato
la Grotta dello Zubbione e quella del Garrone. La prima è una cavità molto
suggestiva, tra le più belle in Sicilia, con sviluppo verticale: si apre a
1.100 m s.l.m. sul versante orientale della riserva, è sovrapposta ad una
faglia ed è costituita da diversi ambienti inclinati in cui si alternano
armoniosamente gallerie, pozzetti e grandi saloni. Nella parte terminale
presenta degli ambienti ornati da concrezioni calcaree, splendide per
forme e colori: fra questi sono la bellissima Sala dell’Obice e la Saletta
delle Conche con grandi stalagmiti.
La Grotta del Garrone presenta
concrezioni calcaree e due laghetti formatisi per lo stillicidio
dell’acqua dalle rocce. Il microclima della grotta ha consentito la
sopravvivenza a due diverse specie di felci rarissime per la Sicilia,
considerati relitti glaciali dell’epoca wurmiana (che ebbe luogo in un
periodo compreso tra 100.000 e 10.000 anni fa.
Il paesaggio della riserva
è dominato dagli ambienti rupestri e dagli ampi spazi aperti a prateria o
a gariga (arbusteti), a tratti interrotti da boschetti di leccio e
roverelle, relitti della copertura boschiva che un tempo ammantava queste
zone. Nelle zone più frequentemente soggette ad incendio cresce l’ampelodesma,
in siciliano detto disa. Per ultimo: a Portella delle Neviere si riscontra
una significativa boscaglia di agrifoglio: anche questo, relitto di epoche
antecedenti l’ultima glaciazione (vedi box nella riserva del Bosco di
Malabotta).
Grazie al regime di conservazione naturalistica in atto
dovrebbe essere possibile, nel tempo, vedere la ricostituzione dell’antico
bosco mediterraneo e, contemporaneamente, il ripopolamento faunistico
dell’area. A tal fine saranno utilissimi i risultati ottenuti da progetti
condotti su ambienti lontani, in particolare nei parchi delle Madonie e
dei Nebrodi dove, ad esempio, sono stati reintrodotti gli scomparsi
grifoni.
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La lingua cervina Felce
ha un aspetto inconsueto, con le sue foglie che hanno una lamina a margine
intero lunga sino a 50 cm e larga fino ad 8 cm, cordata alla base. Sulla
pagina inferiore si trovano i sori, di forma lineare: sono formazioni
brunastre, contenenti le spore riproduttive che maturano nel periodo
luglio/settembre. Vive in boschi rocciosi e in siti ombreggiati ed umidi.
E’ distribuita sia in Europa che in Asia ed è sottoposta a tutela. In
ambito erboristico se ne ricava una droga chiamata erba di lingua cervina
che contiene tannini, mucillagini e amminoacidi liberi. In medicina
popolare, miscelata ad altre erbe, veniva usata in tisane espettoranti per
il trattamento di bronchiti e della tubercolosi polmonare o per disturbi
di varia natura all’apparato digerente, alla milza e al fegato.
Attualmente, viene impiegata solo in omeopatia.
La Grotta del Garrone
presenta concrezioni calcaree e due laghetti formatisi per lo stillicidio
dell’acqua dalle rocce. Il microclima della grotta ha consentito la
sopravvivenza a due diverse specie di felci rarissime per la Sicilia,
considerati relitti glaciali dell’epoca wurmiana (che ebbe luogo in un
periodo compreso tra 100.000 e 10.000 anni fa): la lingua cervina e la
scolopendria emionitide, quest’ultima bellissima e di grandi dimensioni.
Altra presenza botanica significativa è quella del ciombolino siciliano,
pianta esclusiva dei nostri territori (endemica), che cresce a ciuffi sui
costoni laterali d’ingresso della grotta, pendendo anche per un metro. In
entrambe le grotte si rifugia un pipistrello ormai raro in tutt’Italia: il
ferro di cavallo maggiore (o rinolofo maggiore).
La Grotta del Garrone
(detta anche del Ladrone) è stata anche abitata in epoche antichissime ed
è sede di ritrovamenti archeologici. Il paesaggio della riserva è dominato
dagli ambienti rupestri e dagli ampi spazi aperti a prateria o a gariga (arbusteti),
a tratti interrotti da boschetti di leccio e roverelle, relitti della
copertura boschiva che un tempo ammantava queste zone. Sulle pendici della
Pizzuta si trovano piccoli lembi relitti di bosco misto, costituito da
leccio e dalle specie di roverella che si sono meglio adattati nel corso
degli anni ai climi caldi.
Qui troviamo anche l’olmo campestre, l’acero
campestre, l’acero minore (tutti gli aceri hanno la peculiarità di essere
completamente colonizzati dalle barbette dei licheni frondosi che
conferiscono loro un aspetto molto suggestivo) e il frassino, anticamente
coltivato per produrre la manna. Nel sottobosco sono presenti gli arbusti
tipici del bosco siciliano: biancospino, prugnolo, asparago spinoso, rosa
di San Giovanni, ginestra spinosa, gnidio, erica arborea e falso pepe
montano.
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L’istrice, grosso
roditore dall’aspetto bizzarro, ha testa e collo coperte da lunghe setole,
le zampe tozze e grosse, provviste di unghioni forti adatti per scavare.
Fianchi e dorso sono ricoperti da lunghi aculei bianchi e neri,
dall’aspetto caratteristico e che, mutati periodicamente, lo proteggono
dall’attacco di predatori. Quando si sente minacciato, li solleva
assumendo un aspetto “orrifico”.
Emette soffi e grugniti e produce una
sorta di secco crepitio simile al suono di nacchere, facendo vibrare la
coda che è provvista di strani aculei a forma d’imbuto aperto verso
l’alto, mettendo così in fuga il malintenzionato, anche a costo di
prendere la rincorsa all’indietro per infilzarlo. Vive in tane scavate sul
terreno tra rocce e ceppi d’albero, provviste di cunicoli con più
aperture.
Di giorno sonnecchia ed esce solo di notte alla ricerca del cibo
(frutta, germogli, cortecce d’albero, radici e tuberi). Preferisce le
boscaglie aperte, in zone cespugliate ma si trova anche in aree coltivate.
E’ presente solo in Italia (Sardegna esclusa), nelle regioni calde e
assolate ed è abbastanza comune. Nonostante i rigorosi divieti viene
cacciato per la prelibatezza delle sue carni.
Il bosco ricco e luminoso
ospita una fauna varia e composita: la volpe, ubiquitaria ed
adattabilissima, e l’elusivo gatto selvatico. Martora e donnola, fra i più
voraci predatori, e poi tutti gli uccelletti di selva: le attivissime
cinciarelle e cinciallegre, i rampichini, i passeriformi insettivori che
snidano le prede tra gli anfratti delle cortecce degli alberi, le
ghiandaie (corvidi dalla bellissima livrea), il melodioso usignolo e i
piccoli roditori del bosco.
Sulle aree aperte si trovano gheppi in
sospensione ad ali aperte, pronti a cacciare piccoli mammiferi, e insetti
come il raro panfago marmorizzato, grossa cavalletta endemica di colore
verde-giallastro che ha le ali fortemente ridotte. Tra i rettili sono
comuni la lucertola campestre e la sicula, il ramarro e lo scinco (Tiru in
siciliano), il gongilo e la luscengola. Sono frequenti anche i serpenti
più comuni dell’erpetofauna isolana: il biacco, la vipera e il saettone (o
colubro d’Esculapio).
Il bosco ricco e luminoso ospita una fauna varia e
composita: la volpe, ubiquitaria ed adattabilissima, e l’elusivo gatto
selvatico.
Martora e donnola, fra i più voraci predatori, e poi tutti gli
uccelletti di selva: le attivissime cinciarelle e cinciallegre, i
rampichini, i passeriformi insettivori che snidano le prede tra gli
anfratti delle cortecce degli alberi, le ghiandaie (corvidi dalla
bellissima livrea), il melodioso usignolo e i piccoli roditori del bosco.
L’ambiente rupestre è certamente il più interessante: sono scomparsi da
decenni gli avvoltoi come i grifoni e i capovaccai. L’habitat
apparentemente inospitale delle rupi si trova immerso in un clima
favorevole, nel quale la piovosità relativamente elevata e le abbondanti
precipitazioni occulte (cioè rugiada, nebbia e brina) consentono
l’insediamento di molte piante erbacee endemiche, a partire dai 1.000 m
d’altitudine.
Fra queste spiccano la Viola calcarata nella sua variante
lutea (dai petali chiari), il fiordaliso della Busambra, la camomilla
delle Madonie, la Silene fruticosa e il garofano mediterraneo dai petali
rosa, tanto per citarne alcune. Questo è l’habitat di e si sposta fin qui
a cacciare, ma anche la rara aquila di Bonelli e la più comune poiana.
Sulle aree aperte si trovano gheppi in sospensione ad ali aperte, pronti a
cacciare piccoli mammiferi, e insetti come il raro panfago marmorizzato,
grossa cavalletta endemica di colore verde-giallastro che ha le ali
fortemente ridotte.
Tra i rettili sono comuni la lucertola campestre e la
sicula, il ramarro e lo scinco (Tiru in siciliano), il gongilo e la
luscengola. Sono frequenti anche i serpenti più comuni dell’erpetofauna
isolana: il biacco, la vipera e il saettone (o colubro d’Esculapio). Una
nota ecologica curiosa: nelle boscaglie aperte, nella gariga o nella
prateria vive il più grosso roditore presente in Sicilia, l’istrice.
Normalmente è in regressione in tutto il territorio, mentre in quest’area
è presente con un popolamento significativo.
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Le neviere
Si racconta
che già gli Arabi utilizzassero buche scavate nella montagna per
conservare la neve, che avrebbero utilizzato nella preparazione di
profumati sorbetti per placare l’arsura delle torride giornate estive.
Quest’attività, estinta con l’avvento dell’elettricità, del gas e dei
frigoriferi, contribuiva ad integrare il reddito dei contadini nei periodi
più magri.
In alcune zone erano organizzate vere e proprie imprese del
ghiaccio da “borgheggiani”, che in estate trascorrevano più giorni sul
luogo dove procedevano alle operazioni di taglio del ghiaccio in blocchi
che poi, dentro sacchi di iuta, trasportavano a dorso di mulo fino in
città.
Sulle Serre della Pizzuta, fino agli inizi del ‘900, i contadini,
nei mesi più rigidi, lavoravano nelle neviere (sul versante occidentale
della montagna), che erano di proprietà del comune di Palermo. La neve
veniva raccolta in buche coniche, pigiata, coperta da un letto di paglia
su cui veniva compressa altra neve e così via via, fino all’orlo. Le balle
di neve, avvolte nella paglia coibentante, venivano caricate sui muli e
trasportate di notte fino in città. I percorsi delle neviere erano
contrassegnati da edicolette votive, dedicate alla Madonna della Neve.
Portella della Ginestra
Ogni 1° di maggio, a Portella della Ginestra, si
ricorda la strage avvenuta nel 1947. In Sicilia c’erano grossi fermenti e
un movimento contadino che era riuscito a riscattare un passato di
sofferenze lungo secoli, ottenendo il diritto di occupare le terre incolte
e di averle in concessione, sostenuto dalle forze politiche popolari che
avevano vinto nelle ultime elezioni per l’Assemblea Regionale.
Questa
nuova situazione aveva creato squilibrio e grosso allarme nelle frange più
conservatrici dei proprietari terrieri che fino a quel momento avevano
spadroneggiato.
Per riprendere in pugno la situazione, avevano fatto
ricorso ad ogni mezzo anche illegale ed avevano utilizzato il banditismo
separatista per intimidire sindacalisti e avversari politici. Per
ricordare l’avvenimento dei Fasci Siciliani (1893), circa duemila tra
uomini, donne, bambini e anziani, in massa si erano recati a Portella,
dove un’amara sorpresa li attendeva: appena il primo oratore aveva
cominciato a parlare, il bandito Giuliano, assoldato dalla mafia feudale,
con la sua banda iniziò a sparare all’impazzata sui manifestanti,
uccidendo undici persone e ferendone più di cinquanta.
La notizia
sconvolse l’opinione pubblica, la CGIL proclamò lo sciopero generale, ma
il governo evitò di portare a fondo le indagini, dato che i carabinieri
avevano indicato una connivenza tra politici e mafiosi. Unico responsabile
dell’eccidio venne ritenuto Giuliano che tre anni dopo fu eliminato dal
cognato, Gaspare Pisciotta, a sua volta avvelenato in carcere, nel ’54,
dopo aver dichiarato che voleva fare importanti rivelazioni sulla strage.
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