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Denominazione
RNO Monte Cofano
Provincia
TP
Comuni
Custonaci
Estensione zona A - zona B
537,5 Ha di cui 352,5 in zona A e 185 in zona B
Riferimenti geografici
I.G.M. - F. 248 III N.E.
Data Istituzione
D.A. 486 del 25/7/97 (l.r. 98/81 e l.r. 16/96)
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Informazioni generali |
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La riserva è
raggiungibile da Palermo e da Trapani attraverso l’autostrada A29 PA-TP:
usciti allo svincolo di Castellammare del Golfo si imboccherà la SS 187 -
direzione Trapani, fino al bivio per San Vito Lo Capo, proseguendo per il
borgo di Purgatorio, ad un km prima di questo centro abitato, una strada
sulla sinistra raggiunge la montagna.
Monte Cofano: tra speleologia, uccelli ed endemismi botanici
Monte Cofano è un promontorio formatosi per il sollevamento di imponenti
depositi calcarei marini nel periodo del Triassico: i numerosi fossili di
animali che hanno contribuito a costituire l’impalcatura di questa
montagna alta 659 m s.l.m.. Sono rocce carbonatiche (calciti, aragoniti e
dolomie) tipicamente carsiche.
Monte Cofano, infatti, presenta rilevanti
tracce di modellamento dell’acqua non solo sulla sua superficie
(scanalature, karren, vaschette di corrosione e solchi di dimensioni
varie, doline e inghiottitoi nei tavolati calcarei), ma anche in
profondità: nella sola area di Custonaci, infatti, sono state studiate ben
sedici cavità che si presentano ricche di concrezioni, di depositi e con
speleotemi (figure bizzarre create dalla deposizione del calcare) di varie
forme e colori.
Tre sono gli abissi più significativi della riserva: l’Abisso del
Purgatorio, l’Abisso delle Gole (al suo interno la Saletta dei Funghi
mostra concrezioni calcaree a forma di fungo e piccole vaschette
contenenti cristalli di calcite) e la Grotta di Monte Cofano I (profonda
140 m, interessanti le formazioni calcaree presenti nella Sala del
Fantasma).
La natura calcarea del monte determina tutta la sua morfologia: le guglie
rocciose delle aree più elevate, i ripidi muraglioni costieri, le pendici
meridionali che, sbrecciandosi, danno origine ad una spessa coltre di
sedimenti che si accumula alla base del monte formando i cosiddetti
ambienti di breccia.
Un cenno a parte va fatto per l’ambiente umido effimero: la pozza che si
trova alla base del versante sud orientale di Monte Cofano, all’altezza di
247 m s.l.m..
Si tratta di una piccola depressione carsica che si riempie
periodicamente d’acqua: in primavera la sua superficie si colora delle
bianche corolle del ranuncolo di Baudot, mentre in estate, quando il
livello si è abbassato di molto, la lenticchia d’acqua prende il
predominio, ammantando di verde la sua superficie.
Sui margini esterni
sono presenti i rizomi del gramignone natante. Sulle pietraie e sui pendii
ripidi e scoscesi molte piccole specie di rettili (lucertola siciliana,
ramarro, geco, emidattilo, gongilo ocellato) e serpenti come il biacco e
la vipera.
Molte le orchidee, sia ofridi, i cui petali richiamano alla vista forme
d’insetto, che orchidi dalle fioriture più fragili e meno vistose.
MUSEI E CENTRI VISITA
• Museo Regionale “Agostino Pepoli”,
via Conte Pepoli n. 200, 91100 Trapani
tel. 0923.553269 – fax 0923.535444
Visite: lunedì, mercoledì, venerdì e sabato
ore 09:00-13:30; martedì e giovedì:
ore 09:00-13:00 e 15:00-17:30;
domenica e festivi ore 09:00-12:30.
INFORMAZIONI
• Azienda Provinciale per il Turismo
di Trapani, tel. 0923.29000.
• Ufficio Provinciale Azienda (U.P.A.)
di Trapani, tel. 0923.807111 e 807231.
• Servizio antincendio:
tel. 1515 (numero verde).
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Flora |
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Su Monte Cofano
distinguiamo diversi ambienti naturali: quello rupestre, la prateria ad
ampelodesma, la gariga con predominanza di palma nana o di euforbia
arborea.
E poi qualche raro lembo di vegetazione arborea a leccio sui brecciai; una piccola area umida stagionale e infine una forra
torrentizia.
La vegetazione non è quella che spontaneamente secoli fa ricopriva queste
aree: se così fosse, sulle pendici del monte dovrebbero esserci molte aree
boscate con lecceta e quercia castagnara (Quercus virgiliana), ma l’opera
di disboscamento ed incendio ha mutato l’aspetto di quest’area, portandola
ad avere una gran quantità di “disa” (nome locale dell’ampelodesma,
robusta graminacea cespugliosa di grandi dimensioni) e di “giummara”
(palma nana): piante che resistono all’incendio cacciando nuovi getti,
preziose per l’economia locale, poiché vengono impiegate nell’artigianato
(per lavori d’intreccio o sfibrate per il crine vegetale) e nella
pastorizia. Della palma nana, sino a tempi non lontani, si mangiavano
anche i frutti, il midollo (curina) e le radici. L’uomo aveva tutto
l’interesse, quindi, a mantenere questo tipo di vegetazione.
Dal punto di
vista botanico, la vera peculiarità della riserva è rappresentata
dall’ambiente rupestre, che accoglie molte piante endemiche di cui alcune
esclusive della zona: si tratta per lo più di erbacee adattate ad ambienti
estremi, tra cui spiccano per importanza lo sparviere del cofano, l’erica
siciliana, il cavolo trapanese, il cavolo di Bivona, il fiordaliso delle
scogliere e i perpetuini di Monte Cofano.
La disa
L’ampelodesma, localmente detto disa, è una graminacea che forma cespi di
grosse dimensioni (alti oltre 1,5 m) con foglie scabre molto resistenti, e
grandi infiorescenze a pannocchia. Cresce in quei luoghi dove l’incendio,
il disboscamento e il pascolo hanno degradato l’antica copertura vegetale.
Con le sue forti radici fascicolate, consolida il suolo e soffoca la
ricrescita della flora precedentemente insediata. Dopo un incendio
ricaccia prontamente nuovi getti: le sue lunghe foglie ancor oggi trovano
impiego in lavori artigianali d’intreccio per produrre stuoie, cordami,
sacchi, cesti e legacci per l’agricoltura. Sfibrate erano un tempo
utilizzate per ottenere il crine vegetale.
Dal punto di vista ecologico, la disa va a costituire praterie su ambienti
assolati e aridi, essendo adattata a condizioni che per altre piante
potrebbero essere proibitive. E’ distribuita lungo le coste del
Mediterraneo occidentale.
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Fauna |
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In questi ambienti
naturali nidificano e stazionano molti uccelli tra cui il falco
pellegrino, velocissimo ed abilissimo predatore di uccelli, e la rarissima
aquila di Bonelli. E’ l’habitat ideale anche dei corvi imperiali e delle
tre specie di rondoni (comune, pallido e maggiore).
Sulle scogliere svernano i cormorani e le sule, mentre il martin pescatore
e diverse specie di grandi trampolieri sostano di passaggio durante le
migrazioni. Molte piccole specie arboricole, come le irrequiete cince o i
fringillidi, il pigliamosche e i piccoli mammiferi come l’arvicola di Savi
(roditore scavatore che richiede suoli profondi e soffici) o il topo
selvatico trovano rifugio nelle boscaglie di leccio insieme al topo
quercino che, sorprendentemente, si adatta a vivere anche in piccole
cavità rocciose.
Le aree aride e aperte sono il regno dell’istrice, grosso roditore la cui
presenza si rileva dagli aculei abbandonati sul terreno; nelle praterie e
fra la gariga arbustiva non è difficile scovare il coniglio, preda
prediletta dell’aquila di Bonelli, ma anche della piccola donnola (che lo
assale nonostante la mole più grande della sua preda) e dall’opportunista
volpe che non disdegna una dieta onnivora, preferendo raccogliere “quel
che c’è”: frutti o grossi insetti in mancanza di prede più grosse.
Le rocce che affiorano tra le praterie o l’arbusteto rappresentano ottimi
posatoi per uccelli, come il codirosso spazzacamino, la passera lagia o il
passero solitario. Nelle zone arbustive, frequentate da piccoli roditori,
si notano molti uccelli di macchia tra cui l’immancabile occhiocotto.
Mentre nelle aree più pianeggianti si può osservare la sterpazzolina, in
quelle più collinari e montane si trova la rara coturnice di Sicilia che,
grazie all’istituzione dell’area protetta, qui è in aumento.
Nelle zone in cui la gariga si dirada con qualche raro albero, ecco una
presenza eccezionale: l’averla capirossa, uccelletto che ha l’abitudine di
infilzare le sue prede (insetti) sulle spine di certi cespugli, in modo da
avere una “dispensa” sempre pronta. Presenze comuni ed ubiquitarie sono i
corvidi come taccole e gazze, che nidificano là dove sopravvivono gli
alberi di leccio o sulle colture agricole arboree. Tra i migratori che
transitano, ricordiamo anche varie specie d’anatra, gabbiani (soprattutto
i “comuni”) e due specie di falconiformi: il falco di palude e il
pecchiaiolo, divoratore d’api.
E infine un accenno ai rapaci notturni, animali comuni in questa riserva:
mentre assiolo e civetta nidificano e cacciano tra gli arboreti e i
frutteti, l’allocco e il barbagianni scelgono le cavità rocciose fra le
pareti. Fatto, quest’ultimo, che risulta particolarmente interessante
nell’allocco, che da frequentatore di boschi si adatta all’ambiente
roccioso. La ricchezza in prede (piccoli roditori) permette a questi
uccelli di permanere con tranquillità: il cibo assicurato val bene uno
sforzo d’adattamento.
Il falco pellegrino
E’ il falcone per eccellenza: nel suo De Ars venandi cum avibus Federigo
II, Stupor Mundi, lo indica come prediletto per la caccia e dà indicazioni
per addestrarlo. Di dimensioni medie, ha apertura alare di 60-80 cm e peso
tra i 400 e gli 800 grammi; è velocissimo (raggiunge i 250 km orari) e
abile cacciatore: le sue prede sono uccelli, soprattutto cardellini,
storni e colombi, che raggiunge dopo incredibili picchiate, urtandoli con
gli artigli ed afferrandoli durante la caduta. In assenza di uccelli si
accontenta eccezionalmente di piccoli mammiferi.
Nidifica sulle rupi a strapiombo, meglio se calcaree e quasi sempre
inaccessibili. Caccia sia nelle zone elevate delle montagne che nelle
vallate o sulle coste marine (e persino in prossimità dei centri abitati).
E’ stanziale, abitudinario e molto fedele al sito di riproduzione. Depone
le uova (da 1 a 4) alla fine dell’inverno: i piccoli nasceranno dopo un
mese e lasceranno il nido solo a maggio. Vengono nutriti quasi
esclusivamente dalla madre, mentre il padre caccerà per tutta la famiglia.
Pur se minacciato dai falconieri che ne catturano le uova, dai bracconieri
e dalla diminuzione delle prede (soprattutto gli uccelli insettivori che
risentono del degrado ambientale dovuto all’uso di insetticidi), in quest’area
è, forse, l’animale più espressivo. In Sicilia è presente la sottospecie
brookei di dimensioni minori e con colori del piumaggio più scuri.
Una curiosità: i suoi pulcini depredati dai nidi vengono allevati,
addestrati e venduti illegalmente per alimentare il mercato nero dei paesi
centro-europei e degli emirati arabi.
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La
Storia, Il Paesaggio e l'Uomo |
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In questi ambienti
naturali nidificano e stazionano molti uccelli tra cui il falco
pellegrino, velocissimo ed abilissimo predatore di uccelli, e la rarissima
aquila di Bonelli. E’ l’habitat ideale anche dei corvi imperiali e delle
tre specie di rondoni (comune, pallido e maggiore).
Sulle scogliere svernano i cormorani e le sule, mentre il martin pescatore
e diverse specie di grandi trampolieri sostano di passaggio durante le
migrazioni. Molte piccole specie arboricole, come le irrequiete cince o i
fringillidi, il pigliamosche e i piccoli mammiferi come l’arvicola di Savi
(roditore scavatore che richiede suoli profondi e soffici) o il topo
selvatico trovano rifugio nelle boscaglie di leccio insieme al topo
quercino che, sorprendentemente, si adatta a vivere anche in piccole
cavità rocciose.
Le aree aride e aperte sono il regno dell’istrice, grosso roditore la cui
presenza si rileva dagli aculei abbandonati sul terreno; nelle praterie e
fra la gariga arbustiva non è difficile scovare il coniglio, preda
prediletta dell’aquila di Bonelli, ma anche della piccola donnola (che lo
assale nonostante la mole più grande della sua preda) e dall’opportunista
volpe che non disdegna una dieta onnivora, preferendo raccogliere “quel
che c’è”: frutti o grossi insetti in mancanza di prede più grosse.
Le rocce che affiorano tra le praterie o l’arbusteto rappresentano ottimi
posatoi per uccelli, come il codirosso spazzacamino, la passera lagia o il
passero solitario. Nelle zone arbustive, frequentate da piccoli roditori,
si notano molti uccelli di macchia tra cui l’immancabile occhiocotto.
Mentre nelle aree più pianeggianti si può osservare la sterpazzolina, in
quelle più collinari e montane si trova la rara coturnice di Sicilia che,
grazie all’istituzione dell’area protetta, qui è in aumento.
Nelle zone in cui la gariga si dirada con qualche raro albero, ecco una
presenza eccezionale: l’averla capirossa, uccelletto che ha l’abitudine di
infilzare le sue prede (insetti) sulle spine di certi cespugli, in modo da
avere una “dispensa” sempre pronta. Presenze comuni ed ubiquitarie sono i
corvidi come taccole e gazze, che nidificano là dove sopravvivono gli
alberi di leccio o sulle colture agricole arboree. Tra i migratori che
transitano, ricordiamo anche varie specie d’anatra, gabbiani (soprattutto
i “comuni”) e due specie di falconiformi: il falco di palude e il
pecchiaiolo, divoratore d’api.
E infine un accenno ai rapaci notturni, animali comuni in questa riserva:
mentre assiolo e civetta nidificano e cacciano tra gli arboreti e i
frutteti, l’allocco e il barbagianni scelgono le cavità rocciose fra le
pareti. Fatto, quest’ultimo, che risulta particolarmente interessante
nell’allocco, che da frequentatore di boschi si adatta all’ambiente
roccioso. La ricchezza in prede (piccoli roditori) permette a questi
uccelli di permanere con tranquillità: il cibo assicurato val bene uno
sforzo d’adattamento.
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