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La riserva ha due ingressi: uno da Scopello e l’altro
da San Vito Lo Capo.
Per chi parte da Palermo: imboccare l’autostrada A29
(PA-TP) e uscire allo svincolo di Castellammare del Golfo, quindi
proseguire sulla SS 187 in direzione Trapani, dopo circa 4 km imboccare la
strada per Scopello. Giunti in località Guidaloca, proseguire e superare
la Tonnara di Scopello. Si arriverà ad uno spiazzo destinato a parcheggio,
dove si trova un tunnel roccioso.
Da qui la segnaletica dell’ente gestore
aiuterà il visitatore ad orientarsi nella riserva. Nei pressi si troverà
il Centro visitatori e l’area attrezzata di Cala Mazzo di Sciacca.
Chi
volesse raggiungere la riserva da San Vito, dovrà proseguire sulla SS 187
fino al bivio per San Vito Lo Capo, raggiungere la fine della strada
asfaltata e proseguire a piedi, sullo sterrato, il cui inizio è a 500
metri dalla Tonnarella dell’Uzzo. Per chi parte da Trapani: imboccare
l’autostrada A29 (TP-PA) e uscire allo svincolo di Castellammare del
Golfo, da qui proseguire secondo lo stesso itinerario sopra descritto.
Per
raggiungere la riserva dall’ingresso di San Vito Lo Capo: se proveniente
da Trapani o Palermo dovrà imboccare la SS 187 fino al bivio per San Vito
Lo Capo.
Dal paese seguire le indicazioni per la Tonnarella dell’Uzzo e la
segnaletica per la riserva.
Lo Zingaro: la costa com’era una volta Lo
Zingaro è un vero paradiso della natura per la grande varietà di ambienti
naturali presenti sui suoi 1.600 ettari. La costa si apre sul mare con
muraglioni calcarei alti e frastagliati, interrotti da calette, anfratti
rocciosi e grotte.
L’altitudine delle sue vette varia dai 610 m s.l.m. di
Pizzo Passo del Lupo ai 913 di Monte Speziale. Partendo dal livello del
mare, e proseguendo in risalita sino alle vette più alte, si incontrano
diversi tipi di ecosistemi, tutti estremamente significativi: i trottoirs
a Lithophyllum e a Vermetus sul livello del mare; gli ambienti rupestri;
le praterie; la gariga ad arbusti dominata dalla palma nana; i radi
frammenti di vegetazione arborea caratterizzata da lecci o sughere; le
grotte terrestri e marine; i piccoli ambienti umidi di contrada Acci; agli
ambienti di forra; le praterie ad ampelodesma; i pendii scoscesi e le
pietraie.
Qui vivono circa 600 specie vegetali, di cui ben 40 endemiche e
nidificano 39 specie di uccelli, compresa la ormai rara aquila di Bonelli
(vedi box): proprio un paradiso naturale! Sino a tempi non molto lontani,
lo Zingaro era popolato da contadini; oggi, al posto delle colture
abbandonate troviamo praterie steppiche: vaste distese erbacee che
dominano sul paesaggio interrotte da aree a gariga, caratterizzate da
bassi arbusti tra cui spicca la palma nana che arriva ad assumere
portamento arboreo (vedi box) e che si insedia soprattutto nelle zone
basse di Pizzo Passo del Lupo e nelle frange iniziali di contrada Sughero.
MUSEI E CENTRI VISITA
• Museo Provvisorio di Scopello: tel. 0924.596100.
Orario di apertura: 1 Maggio-30 settembre lunedì e martedì ore
13:00-20:00. Da mercoledì a domenica ore 09:00-20:00. Dall’1 ottobre al 30
aprile: lunedì chiuso, gli altri giorni ore 09:00-16:00.
• Museo di
Preistoria, “Torre di Ligny”, a cura dell’Associazione Trapanese di
Preistoria e Protostoria, via Torre di Ligny n. 1, 91100 Trapani – tel.
0923.22300.
• Museo Regionale “Agostino Pepoli”, via Conte Pepoli n. 200,
91100 Trapani tel. 0923.553269 – fax 0923.535444. Visite: lunedì,
mercoledì, venerdì e sabato ore 09:00-13:30; martedì e giovedì: ore
09:00-13:00 e 15:00-17:30; domenica e festivi ore 09:00-12:30.
• Museo del
mare, via Savoia, 57 San Vito Lo Capo (TP) - tel. 0923.972464. Visite: ore
9:00-13:00 e 17:00-20:00 da ottobre a giugno ore 9:00-13:00.
• Museo
Archeologico Regionale “Paolo Orsi”, Villa Landolina, viale Teocrito, n.
66, Siracusa - tel. 0931.464022. – Chiuso il lunedì. Visite: domeniche e
festivi ore 9:00-13:00; feriali ore 09:00-13:00 e 15:00-17:00.
COMUNI DI
APPARTENENZA
• Castellammare del Golfo, 60 m slm a 40 Km da Trapani CAP
91014 prefisso telefonico 0924; abitanti 13.515 (castellammaresi).
•
Stazione ferroviaria più vicina: Castellammare del Golfo (a km 3).
• San
Vito Lo Capo, 6 m slm a 30 Km da Trapani CAP 91010 prefisso telefonico
0923; abitanti 3.567 (sanvitesi). • Stazione ferroviaria più vicina:
Trapani (a km 39).
• Scopello (Castellammare del Golfo) 106 m s.l.m. CAP
91014 – prefisso telefonico 0924; abitanti 5.096 (francavillesi).
•
Stazione ferroviaria più vicina: Castellammare del Golfo.
INFORMAZIONI
•
Direzione della riserva: via Segesta, Castellammare del Golfo – tel.
0924.35108.
• “Terme Segestane”, Località Ponte Bagni di Castellammare del
Golfo – Casella Postale n. 36 – tel./fax 0924.530057.
• Municipio di
Castellammare del Golfo, Assessorato al Turismo – tel. 0924.33543.
•
Comune di San Vito Lo Capo, tel. 0923.621211 e 972253 fax 0923.621205 e
974211.
• Azienda Provinciale per il Turismo di Trapani, piazzetta
Saturno, Plesso Comunale – tel. 0923.29000.
• Ufficio Provinciale Azienda
(U.P.A.) di Trapani, via Virgilio n. 119, 91100 Trapani – tel. 0923.807111
e 807231. • Servizio antincendio: tel. 1515 (numero verde).
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Nella riserva
sopravvivono radi lembi di vegetazione arborea costituita soprattutto da
lecci (sulle pendici settentrionali di Monte Passo di Lupo e, in piccoli
nuclei, nelle contrade Acci e Uzzo, a Pizzo dell’Aquila e Cala del Varo):
a questi alberi troviamo associati l’orniello, l’asparago pungente, il
pungitopo, alcune piante lianose come il tamaro, lo stracciabrache, la
robbia selvatica e l’edera, oltre al ciclamino primaverile, alla
bellissima rosa peonia e ad alcune piccole felci.
Le querce da sughero
rappresentano una vera curiosità ecologica perché normalmente non si
insediano su suoli calcarei e si trovano sulle pendici meridionali di
Pizzo Candela e contrada Uzzo tra i 50 e i 400 m s.l.m. In questi piccoli
ambienti umidi vegetano diverse specie erbacee tipiche: la lisca a foglie
strette, la carice ispida, il giunco tenace, il sedano comune e d’acqua e
l’orchide acquatica.
Allo Zingaro si trovano anche forre, cioè ambienti
molto simili a quelli delle rive dei corsi d’acqua stagionali, che
ospitano la tipica flora ripariale formata dal salice pedicellato,
dall’olmo canescente, dal trifoglino palustre, dall’agno-casto, dalla
canna domestica e dal giunchetto meridionale.
La palma nana E’ l’unica
palma spontanea siciliana, relitto di epoche in cui il clima era tropicale
(prima dell’ultima glaciazione).
Normalmente è presente in forma
arbustiva, ma in condizioni particolarmente favorevoli (come avviene allo
Zingaro) può assumere portamento arboreo. E’ caratterizzata dal fatto che
dal tronco si dipartono fronde palmate, grandi lamine a forma di ventaglio
suddivise in segmenti detti “lacinie”. Il segmento di innesto (picciolo)
di ogni fronda è lungo e robusto e dotato di aculei ricurvi. Il tronco è
formato da fibre e scaglie legnose che rappresentano gli innesti delle
fronde degli anni precedenti.
E’ una pianta a sessi separati, le
infiorescenze sono vistose pannocchie giallastre. L’individuo femminile
produce frutti tondeggianti od ovoidi, a buccia coriacea, che raggiungono
a maturità il diametro di 3 cm, colorandosi di marrone: sono drupe, frutti
carnosi con nocciolo duro, molto graditi agli animali selvatici.
La palma
è un elemento della macchia mediterranea tipico degli ambienti assolati e
caldi, può essere pioniera o il risultato di uno stadio maturo della
vegetazione.
Se colpita dal fuoco ricaccia nuovi getti. Vive negli
ambienti rocciosi costieri e subcostieri, possiede una certa resistenza
alla salinità e si spinge sino a 600 m di quota, come avviene nel bosco di
Santo Pietro di Caltagirone. E’ diffusa su tutte le coste siciliane,
principalmente sulle coste del Mediterraneo occidentale, ad eccezione del
versante tirrenico da Messina a Cefalù.
Si spinge anche all’interno
localizzandosi, in genere, in ambienti semirupestri. I suoi nomi
dialettali sono Giummara, Scupazzu e Scuparina, gli ultimi due
attribuitele perché in passato le sue foglie venivano largamente usate per
la preparazione di scope e di altri prodotti artigianali come cestini,
stuoie, corde e cappelli. Sfibrata, era utilizzata per la preparazione del
crine vegetale.
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Negli ambienti più
aperti, là dove dominano pendii scoscesi e pietraie, si trovano molti
rettili: piccoli come il geco e l’emidattilo (formidabili arrampicatori di
pareti verticali grazie alle sottili lamelle uncinate presenti sotto le
dita), o il gongilo ocellato, simile ad una lucertola dalle corte
zampette, o le due specie di lucertola (la siciliana e la campestre). Non
è improbabile incontrare anche serpenti come il nero biacco e la vipera,
quest’ultima, a volte, vittima degli attacchi del riccio.
Qui cacciano
quei volatili che prediligono gli spazi aperti: il gheppio e il falco
pellegrino, abilissimo e velocissimo predatore di uccelli. Lo Zingaro è il
regno del coniglio selvatico, pasto prelibato della rara aquila di Bonelli
che si potrebbe scorgere in picchiata, mentre tenta di catturarne uno: la
presenza di questo rapace nella riserva riveste un significato particolare
poiché è in pericolo d’estinzione.
Lo Zingaro è anche il regno della
coturnice di Sicilia (vedi box Fiumedinisi e Monte Scuderi) che, se non ci
fosse stato il regime di protezione naturalistica, molto probabilmente qui
si sarebbe estinta. Mentre all’imbrunire le civette cacceranno topolini e
soprattutto insetti, di notte l’allocco assale topi, ratti e piccoli
roditori.
Una menzione a parte va fatta per l’area nei pressi
dell’abbeveratoio di contrada Acci: qui le pozze d’acqua, formatesi dal
lento scorrere di piccole risorgive superficiali, ospitano,
sorprendentemente, il raro granchio di fiume e il discoglosso dipinto, un
anfibio molto simile ad una rana, assente nel resto d’Italia.
Il discoglosso si avvicina all’acqua solo nel periodo riproduttivo per
garantire alle uova un ambiente adatto per lo sviluppo dei girini. In
questi ambienti si trovano molti insetti di specie varie tra cui spiccano
in primavera le violacee Xilocope, api di tipo solitario o la bella
Vanessa atalanta, l’unica farfalla che sverna in questi luoghi anche allo
stato adulto.
Molti gli uccelletti, stanziali o migratori, mentre nelle
steppe è più facile trovare il saltimpalo, il cardellino e i migratori
come il culbianco e le monachelle. Nelle aree arbustive vola il piccolo
occhiocotto, dall’anello rosso intorno agli occhi (che qui è stanziale), e
l’usignolo di fiume che si adatta bene a quest’area arbustiva. E poi
scriccioli, cappellacce, fanelli, merli, sterpazzoline.
Insomma
un’avifauna ricca e variegata che nelle ore più fresche del giorno fa
sentire la sua presenza con gli incessanti richiami canori… là dove di
notte domina il canto dell’usignolo. L’aquila di Bonelli E’ un’aquila di
medie dimensioni che si trova in pericolo di estinzione in Italia.
La sua
silhouette è più slanciata rispetto all’aquila reale: la coda più lunga e
le ali più arrotondate, è lunga sino a 65 cm e l’apertura alare arriva a
1,70 m. La femmina è sempre più grande del maschio.
Gli accoppiamenti,
dopo le parate nuziali, avvengono a dicembre; a gennaio la coppia
ristruttura con grossi rami uno dei nidi presenti sui terrazzini dei
dirupi o saldamente ancorati agli arbusti che sporgono dalle pareti
rocciose: qui a metà febbraio la femmina depone due uova e le cova fino
alla schiusa (l’incubazione dura 45 giorni), poi si occuperà di accudire
ai piccoli, mentre il maschio procaccerà il cibo.
I pulcini sono coperti
da un fitto piumino bianco e si involeranno nel mese di giugno. Mentre in
Spagna ed in Africa nidifica anche su alberi d’alto fusto, in Sicilia
predilige le rupi in vicinanza di corsi d’acqua stagionali: si insedia in
fasce che vanno dal livello del mare sino a 1.000 m di quota, scegliendo
zone collinari, ampi spazi aperti a macchia mediterranea e boschi non
troppo fitti sia di querce che di conifere.
In volo è agile, caccia
uccelli di medie dimensioni come corvidi e colombi, contribuendo al loro
controllo numerico, ma se c’è abbondanza di coniglio selvatico, allora lo
preferisce. La coppia, tranne che nel periodo della cova, caccia sempre
insieme. Secondo studi attendibili, pare che nel Mediterra-neo siano
presenti circa 1.000 coppie di cui 600 stabilizzate in Spagna e le
rimanenti in Francia centro meridionale, in Grecia e in Italia
meridionale: le presenze italiane più consistenti sono proprio quelle
siciliane, mentre in Calabria nidificano tre sole coppie, della Sardegna
si hanno notizie scarse.
La popolazione siciliana conta circa quindici
coppie, più un ridotto numero di giovani e di subadulti erratici. Nella
nostra regione è ormai sparita dal settore orientale: avvistamenti sono
stati effettuati nell’area centro-orientale e nei parchi dei Nebrodi e
delle Madonie.
Allo Zingaro questo animale trova condizioni ideali di
vita. Solo questo basterebbe a giustificare l’istituzione dell’area
protetta. Infatti, il motivo della sua regressione è dovuto non solo alla
caccia ed agli atti di vandalismo ai suoi nidi, ma anche al degrado dei
suoi habitats prediletti, alla diminuzione delle prede (coniglio
soprattutto), all’alta mortalità giovanile e al suo isolamento geografico
che la porta a non poter sfruttare corridoi naturali di comunicazione con
altri individui della stessa specie, in territori diversi.
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Visitando la riserva
dello Zingaro si scorgono ovunque tracce lasciate dall’uomo, anche se ciò
che colpisce, sulle prime, è l’aspetto selvatico di queste zone.
Attraversato solo da trazzere e mulattiere, questo territorio racchiude
tesori di ogni specie, da quelli naturalistici a quelli umani. Il
paesaggio è di rara e aspra bellezza, qui terra e mare sembrano un tutt’uno.
Per lo più, gli individui che hanno abitato questi luoghi sono stati
pastori ed agricoltori mentre la pesca è stata considerata attività
saltuaria e di contorno.
Le numerose grotte dei dintorni (le testimonianze
più antiche sono quelle della grotta dell’Uzzo), diedero rifugio a tanta
gente e sono state utilizzate anche nelle attività lavorative, ad esempio
come riparo per le greggi (nella grotta Zubbia è stato trovato un mulino
in pietra).
I siti, quindi, sono certi, non così le origini etniche degli
individui che lì abitarono. Le coste tirreniche della Sicilia offrirono
riparo ed approdo a diverse popolazioni, molte delle quali ne fecero il
loro luogo di elezione; gli Elimi sono i primi dei quali abbiamo notizie
più ampie. In questi luoghi riuscirono a creare una cultura originale che
durò fino all’arrivo dei Romani.
Da questo momento non si hanno che scarse
notizie di questa parte della Sicilia fino all’epoca bizantina. Anche del
periodo arabo mancano documenti certi, ci sono soltanto le descrizioni
poetiche dei viaggiatori islamici, talvolta confortate da reperti, da
alcuni toponimi (al-dagal, la terrazza in pendenza; balat al-bayda, la
pietra bianca) e da tecniche costruttive che si ritrovano in bagli,
cisterne e impianti d’irrigazione. L’area che oggi appartiene alla
riserva, nel 1199 fu assegnata come sostentamento, da Guglielmo il Buono
prima e nel 1241 da Federico II dopo, al comune di Monte San Giuliano (Erice);
in seguito, e per circa cinque secoli, il territorio sarà diviso: in parte
infeudato, in parte assegnato al demanio comunale, con la caratteristica
del latifondo monoculturale che produceva un’economia povera per gli
abitanti del luogo.
Nella metà dell’Ottocento la fame spinse alla rivolta
gli abitanti quando le terre, provenienti dall’alienazione dei beni
ecclesiastici, demaniali e nobiliari (i baroni avevano sfruttato e
basta…), passarono nelle mani rapaci di più astuti e avari nuovi ricchi
che furono, per certi versi, causa e forte riferimento per la
sopravvivenza del brigantaggio e del fenomeno mafioso, agevolato anche
dalla conformazione e dalla natura dei luoghi di questo comprensorio della
Sicilia nord-occidentale.
Ma la popolazione è fatta soprattutto da
individui generosi, dediti solo al lavoro che spesso hanno dovuto
inventare, utilizzando i pochi elementi che la natura ha offerto: bagli,
stalle, frantoi, palmenti, tonnare, casupole, pagliai, oggetti ricavati
dallo sfruttamento totale delle piante, alimenti saporiti, prodotti dagli
animali con i quali convivono, sono l’esempio delle loro capacità e della
loro operosità.
Emergenze paesaggistiche
Cala Mazzo di Sciacca: ingresso
da Scopello. Area attrezzata, centro accoglienza visitatori. Punto di
partenza per gli itinerari della riserva.
Punta della Capreria: museo
naturalistico; rifugio forestale di servizio.
Grotta del Sughero:
interesse speleologico. Si apre con una voragine in contrada Sughero a 250
m di altezza. Grotta dell’Uzzo: a 6 km da Scopello e a 1,5 da San Vito Lo
Capo. Interesse archeologico.
Nei pressi:
museo archeologico ed
osservatorio ornitologico.
Borgo Cusenza: sede di servizi della riserva,
sito nella parte alta, tra contrada Uzzo e contrada Acci.
Monte Passo del
Lupo: sull’ingresso nord di San Vito Lo Capo, in linea con la Tonnarella
dell’Uzzo. Sede di significativi endemismi botanici. Valenza ecologica
altissima.
Tonnarella dell’Uzzo: segna l’inizio della riserva da San Vito
Lo Capo: area di parcheggio e di servizi ai visitatori.
Laboratorio e
museo del Mare.
La riserva dello Zingaro è la prima area naturale protetta
istituita in Sicilia, per volontà popolare di migliaia di persone che con
essa hanno voluto dare l’avvio alla conservazione della natura nella
nostra Isola. Il suo valore naturalistico consiste soprattutto nel fatto
che questi 7 km di costa nella Sicilia nord-occidentale sono sopravvissuti
in maniera integra, e rappresentano ciò che potrebbe essere oggi il
litorale tirrenico, se non avesse subìto i pesanti interventi di
antropizzazione dal dopoguerra ad oggi.
Lo Zingaro è soprattutto una
riserva di paesaggio da cui godere scorci incantevoli: bianche calette
calcaree dove potersi immergere in acque limpidissime che si alternano a
ripidi muraglioni che precipitano a strapiombo sul mare.
Grotte marine e
terrestri tra cui quella maestosa dell’Uzzo che si apre con una sorta di
anfiteatro su una bellissima cala. Allo Zingaro vivono oltre 600 specie
botaniche di cui moltissime rare o elettive di questi luoghi. Qui
nidificano molte specie di uccelli sia stanziali che migratori.
Qui l’uomo
ha abitato per millenni, lavorando la terra e fondendosi con lei, ma anche
sfruttando le risorse del mare, come testimoniano le tonnare presenti nel
territorio. Diversi musei raccontano la storia di questi luoghi, alcuni
all’interno della stessa area protetta.
Il visitatore potrà condurre
piacevolissimi trekking, esplorare i fondali marini o accedere alle grotte
sottomarine, se esperto sub. Ai due ingressi della riserva il visitatore
troverà ristoro nelle aree attrezzate per i pic-nic. Chi ama il birdwatching potrà avvistare trampolieri in migrazione o uccelli rari come
l’aquila di Bonelli.
Come dice Silvano Riggio, “Lo Zingaro è uno dei
tratti più suggestivi della costa siciliana (…) Esso è in realtà
espressione dell’ambiente costiero della Sicilia occidentale (da Capo
Gallo alle Egadi), che è forse il più bello e il più ricco – oltre che il
più tropicale – dell’intera Isola”.
La speranza è che al più presto venga
istituita la riserva marina che consentirebbe il ripopolamento ittico oggi
osteggiato dalla pesca irrazionale e dall’indiscriminato uso di
imbarcazioni turistiche che si avvicinano troppo alla costa.
Le tonnare La
pesca del tonno veniva praticata fin dai tempi più remoti come
testimoniano grandi autori del passato. Omero e Plinio scrivono anche
sulle tonnare di Sicilia, Oppiano, poeta greco del terzo secolo d.C., ci
descrive, invece, in un suo poema sulla pesca, le tonnare utilizzate ai
suoi tempi: porte, gallerie, atri, corti. Sembra che illustri quelle che
si utilizzano ancora oggi.
La pesca del tonno era diffusa in tutta la
Sicilia, prova ne sia che su tutto il suo litorale sorgevano tonnare (ne
parla anche Edrisi nel suo Libro di Ruggero) e stabilimenti, molti dei
quali fanno ancora bella mostra di sé sulle coste, per il ricovero delle
barche, la conservazione delle reti e per la lavorazione del pesce. Lo
specchio d’acqua che si apre davanti e nei dintorni di Trapani fino ai
nostri giorni s’è colorato di rosso sangue per la “mattanza” (pesca del
tonno).
Le tonnare della Sicilia occidentale sono, infatti, le ultime che
praticano quest’antica attività che va scomparendo. La riserva dello
Zingaro contava tre tonnare: quella di Scopello, quella di San Vito detta
Sicco e quella, dell’Uzzo, nella quale si pescava poco e solo tonnetti che
servivano ad integrare la magra economia della popolazione locale, che
smise per prima di operare.
La Grotta dell'Uzzo E’ uno dei più importanti
siti della preistoria mediterranea. Le ricerche archeologiche condotte in
questa grande abside naturale dimostrano che la vita umana allo Zingaro
dovette iniziare molto presto, intorno a 12.000 anni fa, durante il
periodo chiamato Paleolitico Superiore.
Quest’antro, come gli altri che si
trovano sul litorale nord-occidentale della Sicilia, che giunge al
promontorio San Vito, si formò a causa degli effetti erosivi delle onde
marine che sbattevano contro la roccia, in alcuni tratti ricca di friabili
calcari. Dal 1975 la Grotta dell’Uzzo è stata oggetto di uno studio che
aveva come scopo la ricostruzione dell’ecosistema preistorico della zona e
la funzione dell’uomo in quei luoghi.
Gli scavi hanno dimostrato che dalla
sua comparsa in quest’area, l’uomo non ha più smesso di abitarvi o di
utilizzarla per svariate attività fino al XX sec..
Uno degli aspetti più
interessanti della ricerca sta nella scoperta che gli abitanti indigeni
hanno autonomamente vissuto quella che i libri di scuola chiamano la
rivoluzione neolitica: il passaggio da una vita nomade, all’inseguimento
del cibo, ad una vita stanziale, fatta di agricoltura ed allevamento: fino
a quel momento si era creduto che il cambiamento tra gli abitatori delle
grotte fosse stato mutuato dall’Oriente, per immigrazione. Invece in
questa zona si è visto che molto lentamente si andavano acquisendo ed
inserendo elementi nuovi al tradizionale modo di sopravvivere, dato dalla
caccia e dalla raccolta: si erano sperimentati contemporaneamente nuovi
sistemi di reperimento del cibo. Rifugio di animali prima, di uomini poi,
la grotta negli ultimi secoli è stata utilizzata soprattutto dai pastori,
ma ha nascosto anche ladri e briganti: pare che da lì scendesse una corda
che veniva ritirata dal malfattore inseguito.
Negli anni venti la grotta
diventò sede di un’impresa economica collegata alla pastorizia per cui
venne suddivisa in ambienti, dove si svolgevano le diverse attività. Per
quanto riguarda gli ambienti rupestri bisogna fare riferimento all’origine
geologica del territorio: qui le rocce sono calcaree e si sono formate in
periodi che vanno dal Triassico (220 milioni di anni fa) al Miocene
dell’era Quaternaria (6 milioni di anni fa).
Si tratta di un unico
complesso detto “Panormide” che va da San Vito Lo Capo alle Madonie
(comprendendo anche i monti di Palermo) e che emerge a causa di complesse
questioni tettoniche risalenti a circa 5 milioni di anni fa. Gli scavi
hanno permesso di ritrovare negli strati più antichi fossili di molluschi
marini e di alghe che segnano epoche ben precise e lontanissime nel tempo.
Megalodonti, ammoniti, belemniti: questi alcuni dei fossili che
caratterizzano il territorio.
All’epoca, le condizioni climatiche erano
diverse e molto simili a quelle di isole tropicali come le Bahamas. Queste
alte pareti, nel loro sollevamento lento e costante, hanno subito l’azione
del mare tanto che sulla superficie si trovano parecchi segni di carsismo
dovuto all’azione dell’acqua e degli agenti atmosferici: scannellature,
fori di dissoluzione, vaschette di corrosione e canyon.
L’acqua che
penetra nel suolo crea anche fenomeni di carsismo sotterraneo che si
risolvono nella formazione di grotte che si trovano sia a livello
terrestre che sottomarino. Tra quelle terrestri, interessante, dal punto
di vista speleologico, è la Grotta del Sughero, che si apre sulla parte
alta della riserva con una voragine, mentre dal punto di vista
archeologico la più interessante è la Grotta dell’Uzzo. Questi ambienti
sono prediletti dalle otto specie di pipistrelli presenti nella riserva
tra cui il raro orecchione, il ferro di cavallo, diversi vespertilioni, il
miniottero e il pipistrello albolimbato.
Grotte se ne trovano anche sul
livello di costa: queste sono state ulteriormente ampliate dal mare. Tra
quelle marine, la cui apertura si trova sotto il livello del mare,
particolarmente interessante per grandezza ed articolazione è la Grotta
della Ficarella che si trova a 15 m di profondità, in corrispondenza di
una sorgente superficiale d’acqua dolce. Probabilmente queste grotte erano
frequentate dalle foche monache (vedi box su Filicudi) oggi scomparse
dalle coste italiane, anche se pare che in qualche rara osservazione
qualcuna sia stata avvistata in questi ambienti.
Le rupi a strapiombo sul
mare si presentano alte e frastagliate, orlate dalla cornice a litofilli (trottoir
a Litophyllum), una sorta di mensola organica frangiflutti formata dalle
lamelle calcaree di alghe rosse che crescono sotto forma di piccoli
cuscinetti pietrosi, là dove l’impatto delle onde è più violento. Quando
le pareti invece si aprono sulle cale (Cala Disa, Cala Capreria e Cala del
Varo), sui versanti laterali, prima che si formi il piano ciottoloso, ecco
il trottoir a vermetus.
Si tratta di un vero e proprio “marciapiede”
cresciuto a pelo d’acqua e costruito dall’opera paziente di innumerevoli
molluschi gasteropodi dalla conchiglia a forma di tubicino calcareo, lunga
da 10 a 20 cm, che cresce saldandosi a quella degli individui vicini: gli
animaletti si proteggono dall’esposizione dovuta alla bassa marea con
opercoli che riaprono al momento della nuova inondazione.
Questa
formazione costiera è preziosissima dal punto di vista ecologico ed è
anche indice di buona salute del mare dato che tende a degradarsi in
presenza di inquinamento. Il trottoir a vermetus è presente solo sulle
coste della Sicilia nord-occidentale, ed in altri pochissimi siti del
Mediterraneo meridionale: in Algeria, in Libano e sulle coste israeliane
dove è protetto.
Superato il livello dei trottoirs, salendo in altitudine,
là dove arrivano gli spruzzi e le mareggiate si insediano gli ctamoli:
conetti pietrosi, somiglianti a piccoli crateri appiattiti in cima e
chiusi da un opercolo che trattiene internamente l’acqua e sigilla
l’animale nelle fasi di bassa marea. Sono molto simili ai “denti di cane”
che infestano le chiglie delle imbarcazioni. Presso la linea dei frangenti
si incontrano le chiazze, nere e ruvide, dei licheni marini su cui brucano
le littorine neritoides, piccoli molluschi dalla conchiglia conica, e in
estate, la Ligia italica, crostaceo appiattito, simile ai porcellini di
terra, di colore brunastro.
Oltre troviamo la fascia delle alofite, piante
che resistono agli spruzzi marini come il limonio flagellare – specie
endemica molto rara e localizzata – il finocchio marino, l’enula bacicci,
la carota marina, il ginestrino delle scogliere che, non di rado, vengono
raggiunti dalla palma nana. Sugli scogli prospicienti le alte pareti
rocciose, spesso, durante il periodo migratorio, sostano grossi
trampolieri come aironi, nitticore e garzette.
Una popolazione di gabbiani
reali invece nidifica sulle superfici rocciose, in un’area confinante con
la riserva (vedi box su Alicudi).
Le pareti rupestri interne sono
distribuite su tutta la riserva, fino a quota 750 m. Su di esse si trovano
numerose piante endemiche tra cui il rarissimo limonio di Todaro e lo
sparviere del Cofano. Ma non sono le sole: qui crescono anche diverse
altre specie endemiche o rare come la camomilla del Cupane, il cavolo di
Bivona-Bernardi, il cavolo di Trapani, i perpetuini delle scogliere,
l’erba perla mediterranea, la finocchiella di Boccone, l’iberide florida,
il villucchio turco, l’euforbia di Bivona-Bernardi e il fiordaliso delle
scogliere.
In situazioni meno accidentate la vegetazione erbacea può
evolvere arricchendosi in leccio o in euforbia arborea. Le rupi sono il
regno incontrastato di molte specie d’uccelli: da qui s’avvistano poiane,
l’aquila di Bonelli, i corvi imperiali, il colombo selvatico e la passera
lagia o l’elegante passero solitario dalla livrea azzurra e tre tipi di
rondone di cui due nidificanti (il pallido e il comune) e il maggiore, che
nidifica fuori riserva ma caccia da queste parti. Fin qui si spinge anche
la coturnice di Sicilia, di cui abbiamo già parlato a proposito dei pendii
scoscesi e delle pietraie. Infine, le colture agricole: individui isolati
di carrubo ed olivo o sesti abbandonati di mandorlo e frassino da manna.
Tutto è in stato d’abbandono. Va detto, infine, che lo Zingaro è stato
insediamento agricolo e punto di approdo di fortuna per i pescatori colti
dalle tempeste. Una “summa” degli aspetti naturalistici della riserva è
rappresentata nel museo naturalistico presso il centro visitatori di Punta
della Capreria. |