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Itinerari turistici artistici e culturali

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Le riserve naturali gestite dal
Dipartimento Azienda Regionale Foreste Demaniali

Lo Zingaro

Denominazione
RNO Lo Zingaro
Provincia
TP
Comuni
Castellammare del Golfo, San Vito lo Capo
Estensione zona A - zona B
1600 Ha di cui 1600 in zona A e 0 in zona B
Riferimenti geografici
I.G.M. - F. 248 II N.O.; 248 II S.O.
Data Istituzione
Art. 33 l.r. 98/81 (l.r. 98/81 e l.r. 16/96)

 
Informazioni generali

La riserva ha due ingressi: uno da Scopello e l’altro da San Vito Lo Capo.
Per chi parte da Palermo: imboccare l’autostrada A29 (PA-TP) e uscire allo svincolo di Castellammare del Golfo, quindi proseguire sulla SS 187 in direzione Trapani, dopo circa 4 km imboccare la strada per Scopello. Giunti in località Guidaloca, proseguire e superare la Tonnara di Scopello. Si arriverà ad uno spiazzo destinato a parcheggio, dove si trova un tunnel roccioso.
Da qui la segnaletica dell’ente gestore aiuterà il visitatore ad orientarsi nella riserva. Nei pressi si troverà il Centro visitatori e l’area attrezzata di Cala Mazzo di Sciacca.
Chi volesse raggiungere la riserva da San Vito, dovrà proseguire sulla SS 187 fino al bivio per San Vito Lo Capo, raggiungere la fine della strada asfaltata e proseguire a piedi, sullo sterrato, il cui inizio è a 500 metri dalla Tonnarella dell’Uzzo. Per chi parte da Trapani: imboccare l’autostrada A29 (TP-PA) e uscire allo svincolo di Castellammare del Golfo, da qui proseguire secondo lo stesso itinerario sopra descritto.
Per raggiungere la riserva dall’ingresso di San Vito Lo Capo: se proveniente da Trapani o Palermo dovrà imboccare la SS 187 fino al bivio per San Vito Lo Capo.
Dal paese seguire le indicazioni per la Tonnarella dell’Uzzo e la segnaletica per la riserva.
Lo Zingaro: la costa com’era una volta Lo Zingaro è un vero paradiso della natura per la grande varietà di ambienti naturali presenti sui suoi 1.600 ettari. La costa si apre sul mare con muraglioni calcarei alti e frastagliati, interrotti da calette, anfratti rocciosi e grotte.
L’altitudine delle sue vette varia dai 610 m s.l.m. di Pizzo Passo del Lupo ai 913 di Monte Speziale. Partendo dal livello del mare, e proseguendo in risalita sino alle vette più alte, si incontrano diversi tipi di ecosistemi, tutti estremamente significativi: i trottoirs a Lithophyllum e a Vermetus sul livello del mare; gli ambienti rupestri; le praterie; la gariga ad arbusti dominata dalla palma nana; i radi frammenti di vegetazione arborea caratterizzata da lecci o sughere; le grotte terrestri e marine; i piccoli ambienti umidi di contrada Acci; agli ambienti di forra; le praterie ad ampelodesma; i pendii scoscesi e le pietraie.
Qui vivono circa 600 specie vegetali, di cui ben 40 endemiche e nidificano 39 specie di uccelli, compresa la ormai rara aquila di Bonelli (vedi box): proprio un paradiso naturale! Sino a tempi non molto lontani, lo Zingaro era popolato da contadini; oggi, al posto delle colture abbandonate troviamo praterie steppiche: vaste distese erbacee che dominano sul paesaggio interrotte da aree a gariga, caratterizzate da bassi arbusti tra cui spicca la palma nana che arriva ad assumere portamento arboreo (vedi box) e che si insedia soprattutto nelle zone basse di Pizzo Passo del Lupo e nelle frange iniziali di contrada Sughero.

MUSEI E CENTRI VISITA
Museo Provvisorio di Scopello: tel. 0924.596100. Orario di apertura: 1 Maggio-30 settembre lunedì e martedì ore 13:00-20:00. Da mercoledì a domenica ore 09:00-20:00. Dall’1 ottobre al 30 aprile: lunedì chiuso, gli altri giorni ore 09:00-16:00.
Museo di Preistoria, “Torre di Ligny”, a cura dell’Associazione Trapanese di Preistoria e Protostoria, via Torre di Ligny n. 1, 91100 Trapani – tel. 0923.22300.
Museo Regionale “Agostino Pepoli”, via Conte Pepoli n. 200, 91100 Trapani tel. 0923.553269 – fax 0923.535444. Visite: lunedì, mercoledì, venerdì e sabato ore 09:00-13:30; martedì e giovedì: ore 09:00-13:00 e 15:00-17:30; domenica e festivi ore 09:00-12:30.
Museo del mare, via Savoia, 57 San Vito Lo Capo (TP) - tel. 0923.972464. Visite: ore 9:00-13:00 e 17:00-20:00 da ottobre a giugno ore 9:00-13:00.
Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi”, Villa Landolina, viale Teocrito, n. 66, Siracusa - tel. 0931.464022. – Chiuso il lunedì. Visite: domeniche e festivi ore 9:00-13:00; feriali ore 09:00-13:00 e 15:00-17:00.

COMUNI DI APPARTENENZA
• Castellammare del Golfo, 60 m slm a 40 Km da Trapani CAP 91014 prefisso telefonico 0924; abitanti 13.515 (castellammaresi).
• Stazione ferroviaria più vicina: Castellammare del Golfo (a km 3).
• San Vito Lo Capo, 6 m slm a 30 Km da Trapani CAP 91010 prefisso telefonico 0923; abitanti 3.567 (sanvitesi). • Stazione ferroviaria più vicina: Trapani (a km 39).
• Scopello (Castellammare del Golfo) 106 m s.l.m. CAP 91014 – prefisso telefonico 0924; abitanti 5.096 (francavillesi).
• Stazione ferroviaria più vicina: Castellammare del Golfo.

INFORMAZIONI
• Direzione della riserva: via Segesta, Castellammare del Golfo – tel. 0924.35108.
• “Terme Segestane”, Località Ponte Bagni di Castellammare del Golfo – Casella Postale n. 36 – tel./fax 0924.530057.
• Municipio di Castellammare del Golfo, Assessorato al Turismo – tel. 0924.33543.
• Comune di San Vito Lo Capo, tel. 0923.621211 e 972253 fax 0923.621205 e 974211.
• Azienda Provinciale per il Turismo di Trapani, piazzetta Saturno, Plesso Comunale – tel. 0923.29000.
• Ufficio Provinciale Azienda (U.P.A.) di Trapani, via Virgilio n. 119, 91100 Trapani – tel. 0923.807111 e 807231. • Servizio antincendio: tel. 1515 (numero verde).
 

Flora

Nella riserva sopravvivono radi lembi di vegetazione arborea costituita soprattutto da lecci (sulle pendici settentrionali di Monte Passo di Lupo e, in piccoli nuclei, nelle contrade Acci e Uzzo, a Pizzo dell’Aquila e Cala del Varo): a questi alberi troviamo associati l’orniello, l’asparago pungente, il pungitopo, alcune piante lianose come il tamaro, lo stracciabrache, la robbia selvatica e l’edera, oltre al ciclamino primaverile, alla bellissima rosa peonia e ad alcune piccole felci.
Le querce da sughero rappresentano una vera curiosità ecologica perché normalmente non si insediano su suoli calcarei e si trovano sulle pendici meridionali di Pizzo Candela e contrada Uzzo tra i 50 e i 400 m s.l.m. In questi piccoli ambienti umidi vegetano diverse specie erbacee tipiche: la lisca a foglie strette, la carice ispida, il giunco tenace, il sedano comune e d’acqua e l’orchide acquatica.
Allo Zingaro si trovano anche forre, cioè ambienti molto simili a quelli delle rive dei corsi d’acqua stagionali, che ospitano la tipica flora ripariale formata dal salice pedicellato, dall’olmo canescente, dal trifoglino palustre, dall’agno-casto, dalla canna domestica e dal giunchetto meridionale.
La palma nana E’ l’unica palma spontanea siciliana, relitto di epoche in cui il clima era tropicale (prima dell’ultima glaciazione).
Normalmente è presente in forma arbustiva, ma in condizioni particolarmente favorevoli (come avviene allo Zingaro) può assumere portamento arboreo. E’ caratterizzata dal fatto che dal tronco si dipartono fronde palmate, grandi lamine a forma di ventaglio suddivise in segmenti detti “lacinie”. Il segmento di innesto (picciolo) di ogni fronda è lungo e robusto e dotato di aculei ricurvi. Il tronco è formato da fibre e scaglie legnose che rappresentano gli innesti delle fronde degli anni precedenti.
E’ una pianta a sessi separati, le infiorescenze sono vistose pannocchie giallastre. L’individuo femminile produce frutti tondeggianti od ovoidi, a buccia coriacea, che raggiungono a maturità il diametro di 3 cm, colorandosi di marrone: sono drupe, frutti carnosi con nocciolo duro, molto graditi agli animali selvatici.
La palma è un elemento della macchia mediterranea tipico degli ambienti assolati e caldi, può essere pioniera o il risultato di uno stadio maturo della vegetazione.
Se colpita dal fuoco ricaccia nuovi getti. Vive negli ambienti rocciosi costieri e subcostieri, possiede una certa resistenza alla salinità e si spinge sino a 600 m di quota, come avviene nel bosco di Santo Pietro di Caltagirone. E’ diffusa su tutte le coste siciliane, principalmente sulle coste del Mediterraneo occidentale, ad eccezione del versante tirrenico da Messina a Cefalù.
Si spinge anche all’interno localizzandosi, in genere, in ambienti semirupestri. I suoi nomi dialettali sono Giummara, Scupazzu e Scuparina, gli ultimi due attribuitele perché in passato le sue foglie venivano largamente usate per la preparazione di scope e di altri prodotti artigianali come cestini, stuoie, corde e cappelli. Sfibrata, era utilizzata per la preparazione del crine vegetale.
 

Fauna

Negli ambienti più aperti, là dove dominano pendii scoscesi e pietraie, si trovano molti rettili: piccoli come il geco e l’emidattilo (formidabili arrampicatori di pareti verticali grazie alle sottili lamelle uncinate presenti sotto le dita), o il gongilo ocellato, simile ad una lucertola dalle corte zampette, o le due specie di lucertola (la siciliana e la campestre). Non è improbabile incontrare anche serpenti come il nero biacco e la vipera, quest’ultima, a volte, vittima degli attacchi del riccio.
Qui cacciano quei volatili che prediligono gli spazi aperti: il gheppio e il falco pellegrino, abilissimo e velocissimo predatore di uccelli. Lo Zingaro è il regno del coniglio selvatico, pasto prelibato della rara aquila di Bonelli che si potrebbe scorgere in picchiata, mentre tenta di catturarne uno: la presenza di questo rapace nella riserva riveste un significato particolare poiché è in pericolo d’estinzione.
Lo Zingaro è anche il regno della coturnice di Sicilia (vedi box Fiumedinisi e Monte Scuderi) che, se non ci fosse stato il regime di protezione naturalistica, molto probabilmente qui si sarebbe estinta. Mentre all’imbrunire le civette cacceranno topolini e soprattutto insetti, di notte l’allocco assale topi, ratti e piccoli roditori.
Una menzione a parte va fatta per l’area nei pressi dell’abbeveratoio di contrada Acci: qui le pozze d’acqua, formatesi dal lento scorrere di piccole risorgive superficiali, ospitano, sorprendentemente, il raro granchio di fiume e il discoglosso dipinto, un anfibio molto simile ad una rana, assente nel resto d’Italia.
Il discoglosso si avvicina all’acqua solo nel periodo riproduttivo per garantire alle uova un ambiente adatto per lo sviluppo dei girini. In questi ambienti si trovano molti insetti di specie varie tra cui spiccano in primavera le violacee Xilocope, api di tipo solitario o la bella Vanessa atalanta, l’unica farfalla che sverna in questi luoghi anche allo stato adulto.
Molti gli uccelletti, stanziali o migratori, mentre nelle steppe è più facile trovare il saltimpalo, il cardellino e i migratori come il culbianco e le monachelle. Nelle aree arbustive vola il piccolo occhiocotto, dall’anello rosso intorno agli occhi (che qui è stanziale), e l’usignolo di fiume che si adatta bene a quest’area arbustiva. E poi scriccioli, cappellacce, fanelli, merli, sterpazzoline.
Insomma un’avifauna ricca e variegata che nelle ore più fresche del giorno fa sentire la sua presenza con gli incessanti richiami canori… là dove di notte domina il canto dell’usignolo. L’aquila di Bonelli E’ un’aquila di medie dimensioni che si trova in pericolo di estinzione in Italia.
La sua silhouette è più slanciata rispetto all’aquila reale: la coda più lunga e le ali più arrotondate, è lunga sino a 65 cm e l’apertura alare arriva a 1,70 m. La femmina è sempre più grande del maschio.
Gli accoppiamenti, dopo le parate nuziali, avvengono a dicembre; a gennaio la coppia ristruttura con grossi rami uno dei nidi presenti sui terrazzini dei dirupi o saldamente ancorati agli arbusti che sporgono dalle pareti rocciose: qui a metà febbraio la femmina depone due uova e le cova fino alla schiusa (l’incubazione dura 45 giorni), poi si occuperà di accudire ai piccoli, mentre il maschio procaccerà il cibo.
I pulcini sono coperti da un fitto piumino bianco e si involeranno nel mese di giugno. Mentre in Spagna ed in Africa nidifica anche su alberi d’alto fusto, in Sicilia predilige le rupi in vicinanza di corsi d’acqua stagionali: si insedia in fasce che vanno dal livello del mare sino a 1.000 m di quota, scegliendo zone collinari, ampi spazi aperti a macchia mediterranea e boschi non troppo fitti sia di querce che di conifere.
In volo è agile, caccia uccelli di medie dimensioni come corvidi e colombi, contribuendo al loro controllo numerico, ma se c’è abbondanza di coniglio selvatico, allora lo preferisce. La coppia, tranne che nel periodo della cova, caccia sempre insieme. Secondo studi attendibili, pare che nel Mediterra-neo siano presenti circa 1.000 coppie di cui 600 stabilizzate in Spagna e le rimanenti in Francia centro meridionale, in Grecia e in Italia meridionale: le presenze italiane più consistenti sono proprio quelle siciliane, mentre in Calabria nidificano tre sole coppie, della Sardegna si hanno notizie scarse.
La popolazione siciliana conta circa quindici coppie, più un ridotto numero di giovani e di subadulti erratici. Nella nostra regione è ormai sparita dal settore orientale: avvistamenti sono stati effettuati nell’area centro-orientale e nei parchi dei Nebrodi e delle Madonie.
Allo Zingaro questo animale trova condizioni ideali di vita. Solo questo basterebbe a giustificare l’istituzione dell’area protetta. Infatti, il motivo della sua regressione è dovuto non solo alla caccia ed agli atti di vandalismo ai suoi nidi, ma anche al degrado dei suoi habitats prediletti, alla diminuzione delle prede (coniglio soprattutto), all’alta mortalità giovanile e al suo isolamento geografico che la porta a non poter sfruttare corridoi naturali di comunicazione con altri individui della stessa specie, in territori diversi.
 

La Storia, Il Paesaggio e l'Uomo

Visitando la riserva dello Zingaro si scorgono ovunque tracce lasciate dall’uomo, anche se ciò che colpisce, sulle prime, è l’aspetto selvatico di queste zone.
Attraversato solo da trazzere e mulattiere, questo territorio racchiude tesori di ogni specie, da quelli naturalistici a quelli umani. Il paesaggio è di rara e aspra bellezza, qui terra e mare sembrano un tutt’uno. Per lo più, gli individui che hanno abitato questi luoghi sono stati pastori ed agricoltori mentre la pesca è stata considerata attività saltuaria e di contorno.
Le numerose grotte dei dintorni (le testimonianze più antiche sono quelle della grotta dell’Uzzo), diedero rifugio a tanta gente e sono state utilizzate anche nelle attività lavorative, ad esempio come riparo per le greggi (nella grotta Zubbia è stato trovato un mulino in pietra).
I siti, quindi, sono certi, non così le origini etniche degli individui che lì abitarono. Le coste tirreniche della Sicilia offrirono riparo ed approdo a diverse popolazioni, molte delle quali ne fecero il loro luogo di elezione; gli Elimi sono i primi dei quali abbiamo notizie più ampie. In questi luoghi riuscirono a creare una cultura originale che durò fino all’arrivo dei Romani.
Da questo momento non si hanno che scarse notizie di questa parte della Sicilia fino all’epoca bizantina. Anche del periodo arabo mancano documenti certi, ci sono soltanto le descrizioni poetiche dei viaggiatori islamici, talvolta confortate da reperti, da alcuni toponimi (al-dagal, la terrazza in pendenza; balat al-bayda, la pietra bianca) e da tecniche costruttive che si ritrovano in bagli, cisterne e impianti d’irrigazione. L’area che oggi appartiene alla riserva, nel 1199 fu assegnata come sostentamento, da Guglielmo il Buono prima e nel 1241 da Federico II dopo, al comune di Monte San Giuliano (Erice); in seguito, e per circa cinque secoli, il territorio sarà diviso: in parte infeudato, in parte assegnato al demanio comunale, con la caratteristica del latifondo monoculturale che produceva un’economia povera per gli abitanti del luogo.
Nella metà dell’Ottocento la fame spinse alla rivolta gli abitanti quando le terre, provenienti dall’alienazione dei beni ecclesiastici, demaniali e nobiliari (i baroni avevano sfruttato e basta…), passarono nelle mani rapaci di più astuti e avari nuovi ricchi che furono, per certi versi, causa e forte riferimento per la sopravvivenza del brigantaggio e del fenomeno mafioso, agevolato anche dalla conformazione e dalla natura dei luoghi di questo comprensorio della Sicilia nord-occidentale.
Ma la popolazione è fatta soprattutto da individui generosi, dediti solo al lavoro che spesso hanno dovuto inventare, utilizzando i pochi elementi che la natura ha offerto: bagli, stalle, frantoi, palmenti, tonnare, casupole, pagliai, oggetti ricavati dallo sfruttamento totale delle piante, alimenti saporiti, prodotti dagli animali con i quali convivono, sono l’esempio delle loro capacità e della loro operosità.
Emergenze paesaggistiche
Cala Mazzo di Sciacca: ingresso da Scopello. Area attrezzata, centro accoglienza visitatori. Punto di partenza per gli itinerari della riserva.
Punta della Capreria: museo naturalistico; rifugio forestale di servizio.
Grotta del Sughero: interesse speleologico. Si apre con una voragine in contrada Sughero a 250 m di altezza. Grotta dell’Uzzo: a 6 km da Scopello e a 1,5 da San Vito Lo Capo. Interesse archeologico.
Nei pressi:
museo archeologico ed osservatorio ornitologico.
Borgo Cusenza: sede di servizi della riserva, sito nella parte alta, tra contrada Uzzo e contrada Acci.
Monte Passo del Lupo: sull’ingresso nord di San Vito Lo Capo, in linea con la Tonnarella dell’Uzzo. Sede di significativi endemismi botanici. Valenza ecologica altissima.
Tonnarella dell’Uzzo: segna l’inizio della riserva da San Vito Lo Capo: area di parcheggio e di servizi ai visitatori.
Laboratorio e museo del Mare.
La riserva dello Zingaro è la prima area naturale protetta istituita in Sicilia, per volontà popolare di migliaia di persone che con essa hanno voluto dare l’avvio alla conservazione della natura nella nostra Isola. Il suo valore naturalistico consiste soprattutto nel fatto che questi 7 km di costa nella Sicilia nord-occidentale sono sopravvissuti in maniera integra, e rappresentano ciò che potrebbe essere oggi il litorale tirrenico, se non avesse subìto i pesanti interventi di antropizzazione dal dopoguerra ad oggi.
Lo Zingaro è soprattutto una riserva di paesaggio da cui godere scorci incantevoli: bianche calette calcaree dove potersi immergere in acque limpidissime che si alternano a ripidi muraglioni che precipitano a strapiombo sul mare.
Grotte marine e terrestri tra cui quella maestosa dell’Uzzo che si apre con una sorta di anfiteatro su una bellissima cala. Allo Zingaro vivono oltre 600 specie botaniche di cui moltissime rare o elettive di questi luoghi. Qui nidificano molte specie di uccelli sia stanziali che migratori.
Qui l’uomo ha abitato per millenni, lavorando la terra e fondendosi con lei, ma anche sfruttando le risorse del mare, come testimoniano le tonnare presenti nel territorio. Diversi musei raccontano la storia di questi luoghi, alcuni all’interno della stessa area protetta.
Il visitatore potrà condurre piacevolissimi trekking, esplorare i fondali marini o accedere alle grotte sottomarine, se esperto sub. Ai due ingressi della riserva il visitatore troverà ristoro nelle aree attrezzate per i pic-nic. Chi ama il birdwatching potrà avvistare trampolieri in migrazione o uccelli rari come l’aquila di Bonelli.
Come dice Silvano Riggio, “Lo Zingaro è uno dei tratti più suggestivi della costa siciliana (…) Esso è in realtà espressione dell’ambiente costiero della Sicilia occidentale (da Capo Gallo alle Egadi), che è forse il più bello e il più ricco – oltre che il più tropicale – dell’intera Isola”.
La speranza è che al più presto venga istituita la riserva marina che consentirebbe il ripopolamento ittico oggi osteggiato dalla pesca irrazionale e dall’indiscriminato uso di imbarcazioni turistiche che si avvicinano troppo alla costa.
Le tonnare La pesca del tonno veniva praticata fin dai tempi più remoti come testimoniano grandi autori del passato. Omero e Plinio scrivono anche sulle tonnare di Sicilia, Oppiano, poeta greco del terzo secolo d.C., ci descrive, invece, in un suo poema sulla pesca, le tonnare utilizzate ai suoi tempi: porte, gallerie, atri, corti. Sembra che illustri quelle che si utilizzano ancora oggi.
La pesca del tonno era diffusa in tutta la Sicilia, prova ne sia che su tutto il suo litorale sorgevano tonnare (ne parla anche Edrisi nel suo Libro di Ruggero) e stabilimenti, molti dei quali fanno ancora bella mostra di sé sulle coste, per il ricovero delle barche, la conservazione delle reti e per la lavorazione del pesce. Lo specchio d’acqua che si apre davanti e nei dintorni di Trapani fino ai nostri giorni s’è colorato di rosso sangue per la “mattanza” (pesca del tonno).
Le tonnare della Sicilia occidentale sono, infatti, le ultime che praticano quest’antica attività che va scomparendo. La riserva dello Zingaro contava tre tonnare: quella di Scopello, quella di San Vito detta Sicco e quella, dell’Uzzo, nella quale si pescava poco e solo tonnetti che servivano ad integrare la magra economia della popolazione locale, che smise per prima di operare.
La Grotta dell'Uzzo E’ uno dei più importanti siti della preistoria mediterranea. Le ricerche archeologiche condotte in questa grande abside naturale dimostrano che la vita umana allo Zingaro dovette iniziare molto presto, intorno a 12.000 anni fa, durante il periodo chiamato Paleolitico Superiore.
Quest’antro, come gli altri che si trovano sul litorale nord-occidentale della Sicilia, che giunge al promontorio San Vito, si formò a causa degli effetti erosivi delle onde marine che sbattevano contro la roccia, in alcuni tratti ricca di friabili calcari. Dal 1975 la Grotta dell’Uzzo è stata oggetto di uno studio che aveva come scopo la ricostruzione dell’ecosistema preistorico della zona e la funzione dell’uomo in quei luoghi.
Gli scavi hanno dimostrato che dalla sua comparsa in quest’area, l’uomo non ha più smesso di abitarvi o di utilizzarla per svariate attività fino al XX sec..
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca sta nella scoperta che gli abitanti indigeni hanno autonomamente vissuto quella che i libri di scuola chiamano la rivoluzione neolitica: il passaggio da una vita nomade, all’inseguimento del cibo, ad una vita stanziale, fatta di agricoltura ed allevamento: fino a quel momento si era creduto che il cambiamento tra gli abitatori delle grotte fosse stato mutuato dall’Oriente, per immigrazione. Invece in questa zona si è visto che molto lentamente si andavano acquisendo ed inserendo elementi nuovi al tradizionale modo di sopravvivere, dato dalla caccia e dalla raccolta: si erano sperimentati contemporaneamente nuovi sistemi di reperimento del cibo. Rifugio di animali prima, di uomini poi, la grotta negli ultimi secoli è stata utilizzata soprattutto dai pastori, ma ha nascosto anche ladri e briganti: pare che da lì scendesse una corda che veniva ritirata dal malfattore inseguito.
Negli anni venti la grotta diventò sede di un’impresa economica collegata alla pastorizia per cui venne suddivisa in ambienti, dove si svolgevano le diverse attività. Per quanto riguarda gli ambienti rupestri bisogna fare riferimento all’origine geologica del territorio: qui le rocce sono calcaree e si sono formate in periodi che vanno dal Triassico (220 milioni di anni fa) al Miocene dell’era Quaternaria (6 milioni di anni fa).
Si tratta di un unico complesso detto “Panormide” che va da San Vito Lo Capo alle Madonie (comprendendo anche i monti di Palermo) e che emerge a causa di complesse questioni tettoniche risalenti a circa 5 milioni di anni fa. Gli scavi hanno permesso di ritrovare negli strati più antichi fossili di molluschi marini e di alghe che segnano epoche ben precise e lontanissime nel tempo. Megalodonti, ammoniti, belemniti: questi alcuni dei fossili che caratterizzano il territorio.
All’epoca, le condizioni climatiche erano diverse e molto simili a quelle di isole tropicali come le Bahamas. Queste alte pareti, nel loro sollevamento lento e costante, hanno subito l’azione del mare tanto che sulla superficie si trovano parecchi segni di carsismo dovuto all’azione dell’acqua e degli agenti atmosferici: scannellature, fori di dissoluzione, vaschette di corrosione e canyon.
L’acqua che penetra nel suolo crea anche fenomeni di carsismo sotterraneo che si risolvono nella formazione di grotte che si trovano sia a livello terrestre che sottomarino. Tra quelle terrestri, interessante, dal punto di vista speleologico, è la Grotta del Sughero, che si apre sulla parte alta della riserva con una voragine, mentre dal punto di vista archeologico la più interessante è la Grotta dell’Uzzo. Questi ambienti sono prediletti dalle otto specie di pipistrelli presenti nella riserva tra cui il raro orecchione, il ferro di cavallo, diversi vespertilioni, il miniottero e il pipistrello albolimbato.
Grotte se ne trovano anche sul livello di costa: queste sono state ulteriormente ampliate dal mare. Tra quelle marine, la cui apertura si trova sotto il livello del mare, particolarmente interessante per grandezza ed articolazione è la Grotta della Ficarella che si trova a 15 m di profondità, in corrispondenza di una sorgente superficiale d’acqua dolce. Probabilmente queste grotte erano frequentate dalle foche monache (vedi box su Filicudi) oggi scomparse dalle coste italiane, anche se pare che in qualche rara osservazione qualcuna sia stata avvistata in questi ambienti.
Le rupi a strapiombo sul mare si presentano alte e frastagliate, orlate dalla cornice a litofilli (trottoir a Litophyllum), una sorta di mensola organica frangiflutti formata dalle lamelle calcaree di alghe rosse che crescono sotto forma di piccoli cuscinetti pietrosi, là dove l’impatto delle onde è più violento. Quando le pareti invece si aprono sulle cale (Cala Disa, Cala Capreria e Cala del Varo), sui versanti laterali, prima che si formi il piano ciottoloso, ecco il trottoir a vermetus.
Si tratta di un vero e proprio “marciapiede” cresciuto a pelo d’acqua e costruito dall’opera paziente di innumerevoli molluschi gasteropodi dalla conchiglia a forma di tubicino calcareo, lunga da 10 a 20 cm, che cresce saldandosi a quella degli individui vicini: gli animaletti si proteggono dall’esposizione dovuta alla bassa marea con opercoli che riaprono al momento della nuova inondazione.
Questa formazione costiera è preziosissima dal punto di vista ecologico ed è anche indice di buona salute del mare dato che tende a degradarsi in presenza di inquinamento. Il trottoir a vermetus è presente solo sulle coste della Sicilia nord-occidentale, ed in altri pochissimi siti del Mediterraneo meridionale: in Algeria, in Libano e sulle coste israeliane dove è protetto.
Superato il livello dei trottoirs, salendo in altitudine, là dove arrivano gli spruzzi e le mareggiate si insediano gli ctamoli: conetti pietrosi, somiglianti a piccoli crateri appiattiti in cima e chiusi da un opercolo che trattiene internamente l’acqua e sigilla l’animale nelle fasi di bassa marea. Sono molto simili ai “denti di cane” che infestano le chiglie delle imbarcazioni. Presso la linea dei frangenti si incontrano le chiazze, nere e ruvide, dei licheni marini su cui brucano le littorine neritoides, piccoli molluschi dalla conchiglia conica, e in estate, la Ligia italica, crostaceo appiattito, simile ai porcellini di terra, di colore brunastro.
Oltre troviamo la fascia delle alofite, piante che resistono agli spruzzi marini come il limonio flagellare – specie endemica molto rara e localizzata – il finocchio marino, l’enula bacicci, la carota marina, il ginestrino delle scogliere che, non di rado, vengono raggiunti dalla palma nana. Sugli scogli prospicienti le alte pareti rocciose, spesso, durante il periodo migratorio, sostano grossi trampolieri come aironi, nitticore e garzette.
Una popolazione di gabbiani reali invece nidifica sulle superfici rocciose, in un’area confinante con la riserva (vedi box su Alicudi).
Le pareti rupestri interne sono distribuite su tutta la riserva, fino a quota 750 m. Su di esse si trovano numerose piante endemiche tra cui il rarissimo limonio di Todaro e lo sparviere del Cofano. Ma non sono le sole: qui crescono anche diverse altre specie endemiche o rare come la camomilla del Cupane, il cavolo di Bivona-Bernardi, il cavolo di Trapani, i perpetuini delle scogliere, l’erba perla mediterranea, la finocchiella di Boccone, l’iberide florida, il villucchio turco, l’euforbia di Bivona-Bernardi e il fiordaliso delle scogliere.
In situazioni meno accidentate la vegetazione erbacea può evolvere arricchendosi in leccio o in euforbia arborea. Le rupi sono il regno incontrastato di molte specie d’uccelli: da qui s’avvistano poiane, l’aquila di Bonelli, i corvi imperiali, il colombo selvatico e la passera lagia o l’elegante passero solitario dalla livrea azzurra e tre tipi di rondone di cui due nidificanti (il pallido e il comune) e il maggiore, che nidifica fuori riserva ma caccia da queste parti. Fin qui si spinge anche la coturnice di Sicilia, di cui abbiamo già parlato a proposito dei pendii scoscesi e delle pietraie. Infine, le colture agricole: individui isolati di carrubo ed olivo o sesti abbandonati di mandorlo e frassino da manna.
Tutto è in stato d’abbandono. Va detto, infine, che lo Zingaro è stato insediamento agricolo e punto di approdo di fortuna per i pescatori colti dalle tempeste. Una “summa” degli aspetti naturalistici della riserva è rappresentata nel museo naturalistico presso il centro visitatori di Punta della Capreria.

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